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Il 23 dicembre 1978, vent'anni fa, veniva approvata la legge 833
istitutiva del Servizio sanitario nazionale. È impresa ardua,
se non impossibile, elencare i cambiamenti organizzativi del Ssn
avvenuti in questo ventennio, per giunta cambiamenti talmente
veloci che il capitolo canonico di ogni trattato di Igiene e Sanità
pubblica - dedicato all'ordinamento sanitario italiano - riusciva
obsoleto al momento della stampa. Le modifiche sono state pressoché
continue nel tentativo di realizzare con formule organizzative
i principi contenuti nel testo di legge. Tentativo vano perché
il modello welfariano ed austero (attenzione alla prevenzione
più che alla cura, sistema basato sulla assistenza sanitaria primaria)
ha ceduto alle pressioni dell'industria sanitaria favorevoli ad
un consumismo, autonomo o provocato, di beni e servizi sanitari.
Ne è derivato che, proprio come per il National Health Service
anglosassone, "l'immagine pubblica [del Servizio] è di confusione,
complessità e contraddizioni che si verificano perché le iniziali
politiche sanitarie non sono state in grado di realizzare i propri
obiettivi" (JB Richmond: 'The Health Care Mess. A bit of History'.
JAMA 1995, 273, 69-71). Sarà forse la necessità di eliminare questo
"mess" (= confusione e disordine) il motivo per cui la riforma
dell'apparato istituzionale ha preso il nome di razionalizzazione
del Ssn, e non di riordino come precedentemente riportato, per
la legge delega appena approvata. Finora non erano stati messi
in discussione i principi costitutivi del Ssn ispirati a quelli
della Sanità pubblica degli anni '70. Sotto l'incalzare di nuovi
e sconvolgenti eventi, si avverte però ora la necessità di inventare
una nuova missione della futura sanità pubblica, che aspira ad
un ruolo di co-decisione con altre amministrazioni sulle politiche
che producono salute. La nuova sanità pubblica sposta cioè il
dibattito dal presupposto di tutelare/restaurare la salute agendo
sulla malattia ad un nuovo modello indirizzato alla diretta creazione/produzione
di salute. Questi due aspetti - orientamento alla produzione di
salute e veloci modifiche organizzative - rischiano, se non ben
guidati, di sconvolgere teoria e pratica della sanità pubblica.
Gli articoli di Kickbusch e di Barro pubblicati in questo numero
sostengono fortemente la necessità di un cambiamento sia di obiettivi
che del modo di agire degli operatori. Ciò comporta una nuova
Sanità pubblica che non si limita alle semplici funzioni classiche
di controllo delle malattie e di bonifica, di regolamentazione
in termini di sicurezza igienica, di controllo alimentare e di
lotta all'inquinamento atmosferico, per quanto essenziali siano
queste misure. La Sanità pubblica deve piuttosto divenire parte
integrante, se non addirittura il motore, di un nuovo tipo di
agenda per lo sviluppo e gli obiettivi di sanità pubblica vanno
introdotti nelle più generali politiche economiche e sociali.
Le misure, le politiche e l'economia della produzione di salute
devono essere portate avanti da uno 'sforzo organizzato' della
'comunità/società' che inizia a livello locale per finire a livello
globale. Questa prospettiva ha la possibilità di allargare enormemente
i confini della sanità pubblica ma anche l'aspetto negativo di
far scivolare potenzialmente tutte le attività nelle mani di altri
operatori, non sanitari.
Come diretta conseguenza di questo nuovo e complesso indirizzo
è necessaria una modifica organizzativa che preveda l'introduzione
ed il potenziamento di un modo nuovo di gestire la sanità. Si
tratta di creare un vero e proprio movimento a favore della gestione
di sanità pubblica (New Public Management) definita come "la mobilitazione
e la gestione di tutte le risorse della società, non solo quelle
specificatamente destinate alla sanità, per migliorare lo stato
di salute della popolazione mediante qualsiasi mezzo si dimostri
appropriato" (Hunter DJ - Berman PC: Public Health management.
Time for a new start? Europ. J. Public Health 1997, 7, 345-9).
Si tratta di un radicale cambiamento del modo di concepire la
missione delle aziende sanitarie e del modo di gestirle. "Ciò
che è necessario è un cambiamento di filosofia e di direzione.
L'assistenza sanitaria non può essere considerata come un'industria
nella quale maggiore management e maggiore competizione possono
portare a 'spremere' una maggiore quantità di servizi con una
determinata quantità di risorse. Bisognerebbe ritornare all'idea
che la salute è un bene pubblico" (European Health Care reform:
analysis of current strategies. WHO, Regional Office for Europe,
Copenhagen, 1996).
Per gli operatori di sanità pubblica si affaccia dunque la necessità
di dedicarsi con maggiore impegno ad almeno quattro compiti, non
nuovi, ma sicuramente da risvegliare: o agire come 'testimoni
d'accusa' in riferimento a tutti i processi che possono distruggere
e/o disturbare la salute dei cittadini; o diventare elementi di
monitoraggio, sensibili e critici, sulla qualità della vita e
dei fattori determinanti la salute dei cittadini;o agire come
agenti per la programmazione strategica di progetti innovativi
di sviluppo umano; o diventare uno strumento di supporto per la
diffusione di un potere democratico attraverso il coinvolgimento
in movimenti sociali e organizzazioni sociali.
L'auspicio per il prossimo anno è quello di suscitare abbastanza
interesse nei più diretti interessati, che sono gli igienisti,
per questi temi che si ritrovano molto frammentari negli atti
del pur recente congresso nazionale di Igiene e sanità pubblica
di Fiuggi. Occorre iniziare un ampio e approfondito dibattito
che non può che coinvolgere, su iniziativa degli igienisti, tutti
gli interessati ('skateholders') sia al buon funzionamento del
servizio sanitario nazionale che alla promozione dello stato di
salute globale.
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