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"La formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di
una adeguata educazione sanitaria del cittadino e delle comunità"
(art. 2, Legge 833/1978) rimane uno degli obiettivi per il conseguimento
delle finalità del Ssn. Se non si manifestano sostanziali dissensi
(1) sulla necessità di fornire ai cittadini
tutte le informazioni finalizzate a prevenire le malattie - specialmente
nei confronti dei rischi comportamentali - esistono però ancora
molti dubbi se, come e quando fornire ai pazienti/utenti, individualmente
e collettivamente, informazioni sul come diagnosticare e curare
le malattie.
Il Psn 1998-2000 colloca al primo punto e quindi tra le idee forti
il rafforzamento dell'autonomia decisionale degli utenti. Ma dopo
avere solennemente affermato che la possibilità di una scelta
consapevole tra diverse opzioni diagnostiche e terapeutiche da
parte dell'utente implica che l'informazione divenga uno degli
aspetti decisivi nel rapporto tra Ssn e cittadini si sofferma
unicamente sulla formazione del personale sanitario, trascurando
del tutto quella parallela dei cittadini. Nello stesso Psn, quando
viene
chiamato in causa il mondo della comunicazione, si tace sui compiti
degli operatori di
sanità pubblica, per consuetudine investiti della funzione educativa
della popolazione ed anche quando sono citate le campagne di educazione
sanitaria (alimentare, ambientale, ecc.) ci si riferisce alla
prevenzione dei rischi per la salute secondo la visione più tradizionale
di questa attività.
In effetti il Psn individua nel sistema informativo sanitario
lo strumento per soddisfare le esigenze informative, ma non formative,
dei cittadini riconoscendo comunque che l'esercizio dei diritti
dei cittadini nei confronti del Ssn così come la loro responsabilizzazione
rispetto alla salute richiedono informazioni accurate, tempestive
e comprensibili relativamente ai servizi disponibili, al loro
funzionamento e ai loro risultati.
Eppure non mancano segnali di una precisa volontà dei cittadini
di partecipare alle
decisioni che riguardano non solo la tutela ma anche il recupero
del proprio stato
di salute.
È indicativa a questo proposito l'enorme produzione e consumo
di informazioni sanitarie sotto forma di opuscoli, giornali e
periodici, audio e videotape, programmi per computer,
siti WEB, programmi radiofonici e televisivi. Il recente rapporto
CENSIS sulla domanda di salute negli anni novanta illustra il
crescente interesse in tema di informazione sanitaria
da parte degli italiani, domanda che si esprime con la ricerca
attiva e la selezione sofisticata ed esigente delle fonti informative.
Grazie all'aumento quantitativo dell'informazione e al più elevato
livello qualitativo delle fonti utilizzate l'utente tende sempre
più a trasformarsi egli stesso in un tecnico della salute ed a
porsi come un interlocutore competente nelle scelte che lo riguardano.
Ne deriva, citando testualmente dal rapporto, la ambigua non-compliance
di un paziente sempre più informato che negozia spazi di autogestione
della propria salute (attraverso il self-care e la redifinizione
della terapia farmacologica).
La visione più moderna della medicina clinica si basa sul principio
che le decisioni diagnostico-terapeutiche devono discendere dalla
sintesi del sapere scientifico e tecnico del medico con le preferenze
espresse dal paziente. Si tratta dell'evoluzione da una medicina
"paternalistica" ad una medicina "partecipata". In altri termini
non basta acquisire la evidenza scientifica della efficacia ed
efficienza degli interventi. Per prendere qualsiasi decisione
è necessario aggiungere il valore che il cittadino attribuisce
ad un effetto rispetto ad un altro (preference-based practice).
Diventa perentorio che il cittadino prenda parte attiva nelle
scelte esprimendo la sua opinione consapevole, dopo aver conosciuto
gli esatti termini del problema (burocraticamente consenso informato).
Questo è tanto più vero per gli interventi non salvavita ma che
prolungano la vita e laddove mancano prove sulla efficacia dei
trattamenti per quel singolo paziente. In altri termini, in presenza
di incertezze professionali, di carattere terapeutico più che
diagnostico, acquista maggior peso la preferenza del paziente.
Fornire informazioni in
modo completo può modificare la nota asimmetria di conoscenze
tra medico e paziente
ed implica far diventare il paziente un co-produttore del servizio,
aumentando il potere contrattuale di quest'ultimo.
Questa evoluzione scientifica e sociale del ruolo del cittadino/utente
non può lasciare indifferenti i medici di sanità pubblica. Se
il loro compito è quello di tutelare la salute
della popolazione esiste innanzitutto una reale preoccupazione
dei rischi alla salute dovuti ad errata diffusione, o difficoltà
di interpretazione, delle informazioni sanitarie. Non a caso è
ora che venga proposta una strategia delle informazioni di sanità
pubblica a livello nazionale … e lo sviluppo di un sistema di
accreditamento che permetta di giudicare la qualità delle informazioni
sanitarie (2) . Va ricordato che la mancanza
di attenzione alla qualità delle informazioni fornite ai malati/utenti
può avere serie conseguenze: un atteggiamento immotivatamente
ottimistico nei confronti dei trattamenti terapeutici può aumentare
la richiesta di interventi inappropriati con pericoli iatrogeni,
aumento di insoddisfazione e costi non necessari; informazioni
accurate e comprensibili hanno all'opposto la potenzialità di
aumentare la qualità e l'appropriatezza dell'assistenza sanitaria
e questo è un ulteriore motivo per sollecitare l'interesse degli
operatori di sanità pubblica alla formazione dei cittadini. Questo
obiettivo non deve tralasciare la partecipazione degli operatori
di sanità pubblica alla elaborazione di linee guida, in quanto
si prevede di avviare un "Programma nazionale per l'elaborazione,
la diffusione e la valutazione di Linee guida e percorsi diagnostici
e terapeutici" (DPR 23.7.1998, Psn 1998-2000). Va rilevato che
nella loro definizione - affermazioni prodotte in maniera sistematica
che possono assistere i medici ed i pazienti a prendere decisioni
circa il trattamento più appropriato nella specifica condizione
(3) - compare non solo l'importante nozione
di condivisione delle responsabilità terapeutiche ma la loro distribuzione
ai malati/utenti sia singoli che in gruppi (si può ipotizzare
che per il trasferimento delle linee guida al paziente/utente
può essere usato un sistema non individuale ma collettivo).
Si tratterebbe di dare finalmente attuazione alla raccomandazione
del WHO che fermo restando la responsabilità globale dei governi
della tutela della salute della loro popolazione, gli individui,
le famiglie e le comunità devono assumersi una maggiore responsabilità
della loro salute e benessere, inclusa l'auto-cura (4).
Se l'autodiagnosi
(ad es. palpazione mammaria) e riconoscere i primi sintomi di
malattia è una delle raccomandazioni cardinali della prevenzione
secondaria, l'educazione alla autocura si impone per tutti i malati
di patologie cronico-degenerative che devono imparare a gestire
la propria malattia. Si tratta di un nuovo ed impegnativo compito
che deve vedere coinvolti, come suggerisce il WHO (5)
, tutti i medici sia curanti che di sanità pubblica:
i primi per insegnare ai pazienti la educazione terapeutica, i
secondi per istruire i cittadini ad usare correttamente le tecnologie
sanitarie (farmaci, prestazioni diagnostiche e così via) ed i
servizi sanitari. Come si vede tra tutte le strade per tutelare
la salute della popolazione e per fornire servizi sanitari efficaci
ed efficienti lavorare con - e non per -
i cittadini sembra essere ancora una volta la più consona alla
tradizione e cultura dei medici igienisti.
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