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"È ferma intenzione del Governo porre la qualità al centro dell'assistenza
sanitaria. Per troppo tempo l'accento è stato posto esclusivamente
sul conteggio dei numeri, sulla misurazione dell'attività, sui
tagli di ciò che poteva essere tagliato, ignorando completamente
le vere necessità degli utenti. L'efficienza è, sì, un fattore
importante,
ma l'elevata qualità e il costo-efficacia sono due lati della
stessa medaglia; ambedue
sono necessari. Il Governo sta fornendo nuovi strumenti per assicurare
che ambedue vengano raggiunti; entrambi si devono perseguire all'interno
del NHS".
Così
inizia il volume "Un servizio di prima classe. La qualità del
nuovo National Health Service" (1) che viene
integralmente pubblicato in questo numero (doppio) della Rivista,
cui è dedicata la giornata conclusiva del MESS 1998-99.
Nel momento in cui è in atto l'attuazione della cosiddetta riforma-ter
del Servizio sanitario nazionale (legge 30.11.1998, n. 419, Delega
al Governo per la razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale
e Decreti legislativi attuativi in via di definitiva approvazione)
non si può che riflettere sul travaglio riformista che è comune
a tutti i servizi sanitari occidentali e sull'esempio che ci viene
dal NHS, la cui esperienza ha sempre fatto da battistrada al nostro
Ssn.
Il miglioramento della qualità dei servizi sanitari, comprendendovi
il contenimento della spesa sanitaria, è l'argomento più comune
e più dibattuto in tutti i sistemi sanitari del mondo. Tutti si
sforzano di ottenere, almeno di progettare, dei servizi sanitari
migliori,
cioè di ottenere con le risorse disponibili il miglioramento della
salute fisica e psichica
della popolazione. Se però questo obiettivo passa in secondo piano
perché primaria è l'esigenza di ridurre la spesa il risultato
è quello di disincentivare indiscriminatamente i consumi sanitari
e non di ridurre selettivamente i servizi inefficaci ed inappropriati:
l'obbiettivo dell'innalzamento della qualità non può che essere
invece il risultato di una contestuale attenzione al versante
della spesa ed a quello della efficacia.
Il documento inglese appare quindi meritevole di lettura non solo
per i contenuti, e cioè le proposte e gli interventi messi in
atto per raggiungere l'eccellenza in termini di qualità, ma anche
per le modalità di elaborazione intellettuale. Il documento è
di natura interlocutoria, nel senso che le proposte sono seguite
dall'invito ai lettori ed a tutti gli interessati a fornire suggerimenti
e stimoli in corso d'opera. Modalità ben lontana dall'iter legislativo
dei decreti delegati "Bindi" che vengono accusati di mancata concertazione
con gli attori che dovranno attuare e/o subire la riforma. Pochi
esperti sono in grado di interpretare il dibattito, anche acceso,
che si è svolto su questo decreto legislativo, che si è svolto
come un obbligo a cambiare, senza sapere bene perché o per che
cosa, tra mille posizioni corporative. Non meraviglia la comparsa
della sfiducia dei cittadini i quali hanno la cattiva percezione
di non contare nulla.
Un ulteriore elemento di discussione, contenuto nel volume "Un
servizio di prima classe. La qualità del nuovo National Health
Service" parte dalla seguente affermazione "Oggi è più facile
che il pubblico ponga in dubbio la capacità del NHS di affrontare
queste moderne sfide; la fiducia della popolazione è stata minata
da altri tre fattori: 1. dalla frammentazione del potere decisionale,
che ha fomentato le accuse di un'assistenza casuale, stante il
fatto che ad alcuni pazienti vengono negate le stesse cure che
sono invece disponibili in zone vicine; 2. dalla sensazione che
il NHS non è più in grado di far fronte alle attuali aspettative
di ottenere immediato accesso a servizi di elevata qualità; 3.
dalla lunga serie di disfunzioni qualitative, troppo ampiamente
pubblicizzate, che hanno sollevato nei pazienti forti dubbi circa
il livello generale degli standards di assistenza ricevuta". La
maggiore preoccupazione per l'Autorità sanitaria è la possibile
perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del servizio sanitario
e dei suoi operatori, una attenzione che può far affermare con
orgoglio ai compilatori del volume "Non ci si deve quindi meravigliare
che il NHS sia l'organizzazione più popolare del nostro paese".
Maria Carla Claudi, che si occupa degli aspetti di legislazione
sanitaria nell'ambito del
MESS, ha curato un lavoro sul consenso informato che introduce
un nuovo approccio per conquistare proprio la fiducia del cittadino
verso il Ssn ed i suoi operatori (fiducia che i sondaggi di opinione
hanno finora posto a livelli molto bassi) (2)
. Il consenso informato non è altro che la modalità con cui si
rende partecipe il cittadino non solo delle scelte diagnostico
terapeutiche ma di tutti gli interventi sanitari. Se il consenso
informato è oggi per lo più un atto meramente burocratico, se
non addirittura trascurato, nei confronti del malato (3)
, la sua ricerca per il cittadino sano è del tutto "evanescente".
Questi due contributi intendono sollecitare negli operatori di
sanità pubblica sia momenti di riflessione che di partecipazione.
Di riflessione perché segnalano i veloci cambiamenti che si stanno
svolgendo all'interno della società prima che del sistema sanitario,
cambiamenti di cui occorre prendere atto ed agire di conseguenza.
Di partecipazione perché lo scenario civile nel quale si esprimono
le forze che modellano il servizio sanitario nazionale è caratterizzato
dall'assenza della voce aperta e chiara degli operatori di sanità
pubblica. È un richiamo forte ma al contempo indica il disagio
di un Paese al quale sembra mancare il contributo propositivo
di coloro che possono portare un bagaglio di specifiche conoscenze
e la voce dell'esperienza per un armonico e razionale sistema
di difesa della salute.
Come in tutte le situazioni di veloce evoluzione, per non dire
di rivoluzione, è ampia la critica al passato. Non tutti realizzano
infatti che, anche se non del tutto realizzati, i principi della
833/78 sono stati, e sono tuttora, un punto alto di riferimento
per tutti gli operatori di sanità pubblica, sia per il sistema
sanitario di carattere universalistico e solidaristico creato
sia per la particolare attenzione posta alla prevenzione e che
non va dimenticato che la Riforma nacque con il contributo culturale
di Igienisti quali il Seppilli e il Giovanardi. Anche le modifiche
organizzative introdotte nel Ssn con la 512/92 e seguenti non
sono state solo il frutto di una élite di tecnocrati ma di modelli
proposti in sede internazionale, sotto la spinta di politiche
economiche liberiste, con un ampio respiro e dibattito culturale
ed organizzativo.
Alle critiche del passato si associano prolisse la disapprovazioni
del futuro, almeno per la riforma in atto, in modo quasi corale.
Mai come in questo momento invece sarebbe gradita l'azione degli
operatori di sanità pubblica in quanto interpreti dei bisogni
non dei singoli ma della collettività, nel ruolo di avvocati dei
cittadini sani che tali vogliono rimanere a dispetto delle mille
insidie che li circondano: "Nuovi doveri e sempre crescenti responsabilità
contrae il medico professionista oltreché verso l'individuo che
ha sotto osservazione e assistenza, oltreché verso la sua famiglia,
anche verso la rispettiva collettività e verso la intera società
umana. Eseguire e fare eseguire le leggi di medicina sociale (e
non son poche); studiarne i difetti, proporre i miglioramenti,
indicarne di nuove che occorrono" (Angelo Celli, 1906) (4).
Oggi stiamo probabilmente scontando una mancanza di studi di politica
sanitaria nel senso più alto che possiamo immaginare, sia in termini
di singoli ricercatori che di istituzioni a ciò deputate. Oggi
più che mai è invece necessario tornare alle antiche origini della
nostra disciplina, una scienza sociale che misura i suoi successi
non solo dal lato scientifico delle nuove conoscenze acquisite,
ma anche dal lato della applicazione di quelle già in nostro possesso,
attraverso un impegno 'politico' diretto e/o indiretto per la
promozione della salute. Quale miglior occasione, se non il momento
del riordino del Ssn, per partecipare a questa costruzione con
argomenti validi, propositivi ed evidence-based (come ora è di
moda affermare)?
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