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Uno slogan è entrato recentemente in uso a proposito della gestione
delle organizzazioni, pensare globalmente, agire localmente e
questa asserzione ben si adatta all'Igiene e Sanità pubblica alle
soglie del XXI secolo. Gli igienisti ed operatori di sanità pubblica
hanno dovuto prendere atto che i fenomeni collegati alla salute,
sia in senso positivo che negativo, hanno assunto una dimensione
planetaria e che, nello stesso tempo, si richiede per la loro
soluzione un'azione capillare a livello locale. Questa consapevolezza
si fa però strada troppo lentamente e confusamente e ciò conduce
al disagio di vedere la propria attività poco consona alle richieste
della società e fondamentalmente più burocratizzata che professionalizzata.
Si è già avuto modo di riflettere in questa rivista sulla circostanza
che "le misure, le politiche e l'economia della produzione di
salute debbono essere portate avanti da uno sforzo organizzato
della comunità/società che inizia a livello locale per finire
a livello globale. Viene cioè auspicata la 'globalizzazione della
sanità pubblica' che dovrebbe agire come un forte incentivo ad
azioni di promozione della salute globali indirizzandosi ad aree
di attività che esulano dai confini dello stato ed interessano
l'intero globo e di conseguenza l'umanità" (1).
In altri termini la globalizzazione, definita come il processo
di continua e progressiva interdipendenza economica, politica
e sociale di tutti i paesi del globo e di completa integrazione
di capitali, beni e servizi resi, persone, concetti, immagini,
idee e valori che attraversano i confini amministrativi degli
stati, ha investito sia la teoria che la pratica della sanità
pubblica almeno nei paesi economicamente sviluppati (2).
Smith, il direttore del BMJ, attribuisce questo fenomeno alla
trasformazione della Sanità da una, tipica di un'era industriale,
ad una, adeguata all'era dell'informazione (3).
I problemi ambientali (inquinamento ambientale, sicurezza alimentare,
prevenzione infortuni ed incidenti) e sociali (uso di droghe,
disoccupazione, invecchiamento della popolazione) di cui si occupa
l'Igiene e la Sanità pubblica non riconoscono confini nazionali
e pertanto sono di comune interesse per tutti i Paesi (4).
Numerosi documenti (Carta di Ottawa sulla promozione della salute
del 1986, Carta di Lubiana sulla riforma dei sistemi sanitari
del 1996) stanno ad indicare il comune sentire sulla missione
dell'Igiene e della Sanità pubblica internazionale. L'unificazione
delle politiche sanitarie viene dimostrata dal progetto dell'Organizzazione
mondiale della sanità Salute per tutti nell'anno 2000 (HFA2000):
la sezione europea, nel 1984, indicava agli stati membri, compresa
l'Italia, i suoi famosi 38 obiettivi di salute, con il successivo
aggiornamento e ridimensionamento del 1998 (progetto Health21)
(5). Appare molto significativo a questo
proposito il recente resoconto sullo stato di salute in Italia
perché è stato redatto con riferimento al più ampio contesto europeo
e tenendo presente la struttura generale del documento dell'OMS
Health21 (6).
Se vi è quindi un sostanziale consenso sulla visione strategica
dell'Igiene e sanità pubblica per affrontare le sfide della globalizzazione,
regna ancora una notevole incertezza, del resto comune a molti
paesi, sui modelli organizzativi dei servizi, sulle competenze
degli operatori, sulle modalità operative, sulle priorità delle
attività da svolgere. Gli accordi della Unione Europea non prevedono
inoltre, e giustamente, la possibilità di uniformare lo schema
organizzativo dei sistemi sanitari vigenti nei singoli paesi membri.
Le condizioni ambientali e sociali a livello locale sono talmente
differenziate tra paese e paese, ed all'interno dello stesso paese,
da richiedere un adattamento delle unità operative alle aree territoriali
più piccole e più omogenee possibili. La costante raccomandazione
ad effettuare studi epidemiologici delle diverse realtà territoriali,
prima di intraprendere qualsiasi attività di promozione della
salute e/o prevenzione delle malattie, nasce appunto dalla necessità
di accertare i bisogni ed operare di conseguenza. L'orientamento
da seguire è ben noto ma è utile ripeterlo perché viene troppo
spesso trascurato: determinare quale problema sanitario danneggia
maggiormente i membri della comunità, analizzare le possibili
soluzioni e quindi articolare la natura e l'intensità delle misure
di correzione/prevenzione. È anche essenziale osservare attentamente,
oltre alla situazione presente, l'andamento dei fenomeni nel tempo
e nello spazio per poter essere capaci di mettere a fuoco immediatamente
i problemi ed anticipare quelli che stanno emergendo. Saranno
sufficienti le indicazioni dell'art. 7 del D. lgs. 229/99 (7)
a spingere i Dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie
locali ad agire localmente? Le Regioni, cui spetta il compito
di istituire ed organizzare i Dipartimenti di prevenzione, forniranno
chiari indirizzi per non appesantire ulteriormente la loro struttura
burocratica (8)? E, soprattutto, le Aziende
sanitarie locali lasceranno ai Dipartimenti l'autonomia organizzativa
e imporranno il coordinamento con i distretti sanitari?
Ma, al di là delle misure organizzative, si avverte la necessità
di una nuova cultura che rinvigorisca le radici della disciplina,
non solo nelle sue basi scientifiche, quanto nella presenza di
uno spirito di servizio tendente verso quell'alto ideale del miglioramento
delle condizioni sanitarie e sociali per tutta la popolazione.
Purtroppo la classe dei professionisti dell'Igiene e sanità pubblica
tende a formare una vera e propria burocrazia, troppo concentrata
sulla missione più tradizionale di applicazione pedissequa e banale
di leggi e regolamenti, e molto lontana dal ruolo di manager della
salute auspicato dagli organizzatori del prossimo 39° Congresso
nazionale della SItI (Ferrara, settembre 2000). Come afferma il
grande igienista Breslow, gli operatori di sanità pubblica, anche
i leaders, sono irresistibilmente invogliati a continuare a percorrere
l'usuale cammino piuttosto che rivolgersi laddove i dati indicano
che bisogna fare qualcosa (9). Si deve fare
uso di molta immaginazione per precisare le modalità necessarie
ad individuare "quel percorso sul quale dovrà incamminarsi la
gestione della Sanità e dovrà modellarsi il profilo professionale
degli operatori per la salute" (10). Il
prossimo Congresso nazionale sarà il luogo dove confrontare le
proposte per l'Igiene e la Sanità pubblica del terzo millennio.
Se in quella sede non si identificheranno rapidamente metodi per
prendere decisioni a livello locale gli igienisti cadranno vittime
di una emarginazione strisciante. Il compito non sarà facile perché
mai come ora esiste una confusione di idee di cui si è cercato
di fornire almeno una delle spiegazioni possibili. In un recente
editoriale dell'American Journal of Public Health, gli AA (tra
cui il direttore della rivista) si domandavano cosa intendere
per sanità pubblica in quanto "nella stessa comunità degli operatori
ci sono punti di vista fortemente divergenti su ciò che costituisce
sanità pubblica e ricerca in sanità pubblica" (11).
La risposta su cosa intendere per Sanità pubblica appare più politica
che tecnica: pubblico non significa statale, ministeriale, centrale.
Pubblico significa: dei cittadini, delle comunità. Pubblico significa
puntare sulla responsabilità, sulla voglia di fare degli operatori.
Pubblico significa anche che, pur senza la lotta della concorrenza
dettata dall'esigenza del profitto, può esservi emulazione nel
fare meglio al servizio dei cittadini (12).
Ai tecnici spetta però il gravoso compito di realizzare un sistema
che sia in grado di applicare in modo appropriato le attuali conoscenze
scientifiche, di produrre sempre nuove conoscenze, metodi e programmi,
di trasmettere queste conoscenze a tutti coloro che operano nel
campo dell'Igiene e sanità pubblica. In sintesi tendere a creare
livelli uniformi di competenza una delle condizioni per raggiungere
i tanto desiderati e mai conseguiti livelli uniformi di salute
della popolazione.
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