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Igiene e Sanità Pubblica è una rivista scientifica fondata nel 1945
da Gaetano Del Vecchio.

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Editoriale
Le professioni della sanità pubblica

Debbe per tanto mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra; il che può fare in dua modi: l'uno con le opere, l'altro con la mente. E, quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati et esercitati li sua … ma, quanto allo esercizio della mente, debbe el principe leggere le istorie, et in quelle considerare le azioni delli uomini eccellenti….".
Niccolò Macchiavelli. "Il principe". Editori Riuniti, Roma, 1998 (pag. 66-67).

Poiché gli operatori di sanità pubblica, in particolare gli igienisti, sono consapevoli del loro mandato - tutelare e promuovere la salute della popolazione - devono porre attenzione a tutto quanto potrebbe avere una ricaduta, sia ora che in futuro, su questa missione. Fino a pochi anni fa il personale sanitario che svolgeva funzioni igienistiche era limitato a poche figure di personale laureato, di professionisti sanitari ausiliari, e di esercenti le arti ausiliarie delle professioni sanitarie (1), con compiti ben definiti, e ben separabili uno dall'altro (2). Sono ora intervenute una serie di norme legislative tendenti ad estendere l'area delle professioni sanitarie (facendo scomparire il termine "ausiliario") (3), a modificare il percorso degli studi universitari (istituendo la laurea triennale di primo livello e la laurea specialistica) (4), ad identificare quattro aree delle professioni sanitarie (5), che produrrà a breve scadenza l'emergere e l'affermarsi di nuove e numerose figure professionali che potranno svolgere funzioni igienistiche. Prendendo in considerazione i profili professionali già approvati ce ne sono almeno tre molto specifici per l'Igiene e sanità pubblica: il tecnico di prevenzione, l'assistente sanitario e l'educatore professionale (6). Questa normativa risponde alla necessità di allineare la nostra legislazione ai paesi europei, in termini di età media di laurea e di precocità di inserimento nel mercato del lavoro di giovani con diverse attitudini professionali; essa non nasce solo da volontà politiche ma costituisce anche il risultato di processi di professionalizzazione di operatori entrati via via nel mondo delle occupazioni sanitarie, man mano che si diversificavano i bisogni sanitari della popolazione e che l'evoluzione delle scienze mediche spingeva a continue nuove specializzazioni che richiedevano applicazione di nuove tecniche e conoscenze sempre aggiornate.
Il successo di queste riforme della formazione universitaria, come viene sostenuto dagli stessi fautori, dipenderà dalla capacità di differenziare le lauree, sia in senso verticale che orizzontale, non creando cioè automatismi di passaggio dalla laurea di primo al secondo livello né di curriculum formativi in grado di creare interferenze in campo lavorativo per sovrapposizione di competenze. Compito reso ancora più difficile dal fatto che ciascuno dei 76 atenei italiani provvederà, attraverso scelte autonome, a trasformare indicazioni ministeriali molto generali in corsi di laurea ed indirizzi formativi.
In questo delicato frangente è vitale un pronto coinvolgimento sia del mondo universitario che del mondo operativo che afferisce all'area dell'Igiene e medicina preventiva. Non mancano i motivi per riaprire un dibattito e per fornire nuove concrete indicazioni in quanto, pur essendoci numerosi precedenti (7), sono completamente modificate le regole del giuoco, con conseguenti effetti negativi ed opportunità positive che ciò comporta. Bisognerebbe cercare di dare in tempi brevi una risposta a due quesiti fondamentali ed ambedue di natura tecnica: quale deve essere il curriculum formativo di base per formare professionisti idonei a svolgere funzioni del tutto caratteristiche ed originali e, come corollario, in che modo far convivere, in forma collaborativa e coordinata e non conflittuale e rivendicativa, diversi professionisti operanti all'interno di strutture sanitarie. Per quanto riguarda il primo punto, per formare un professionista si deve non solo predisporre un bagaglio di nozioni, per quanto ampie, ma utilizzare soprattutto ben altre componenti educative (8), come dimostrano le complesse caratteristiche che deve possedere una professione (9). Non si può valutare ad esempio la professionalità di un tecnico della prevenzione solo perché sa fare bene i prelievi di campioni di matrici ambientali ma occorre esaminare la capacità che questo soggetto dimostra nel rispondere ai bisogni collettivi di una comunità.
La forte dominanza medica in Sanità (espressa anche in termini quantitativi dato l'elevato rapporto medici/personale non medico) ha informato tutta la cultura sanitaria nei suoi aspetti più caratterizzanti (formazione, ricerca, ecc.). Questa cultura viene ora considerata non adatta dai professionisti non medici anche se non è ancora organizzata quella che la deve sostituire (tranne forse che per le scienze infermieristiche). Slogan come "piccolo medico", "medico bonsai", "igienista bonsai" per indicare i professionisti sanitari non medici sono significativi sintomi di una giusta richiesta di eliminazione di una sudditanza che è più culturale che gerarchica.
Si tratta, a ben vedere, di una strada lunga e difficoltosa che gli igienisti debbono agevolare per almeno due buoni motivi: il vantaggio per la missione della disciplina e il tornaconto della categoria.
Poter disporre di professionisti ben preparati non può che rivitalizzare la nostra disciplina, allargare le aree di interesse (ad esempio l'ambiente ecologico e sociale), portare a risultati più incisivi, in una parola avere più possibilità di tutelare e promuovere la salute della popolazione: non è ignorato dai più che la preponderanza delle discipline a finalità diagnostico terapeutica nel nostro sistema sanitario si deve alle forze in campo, fortemente sbilanciate, e non solo numericamente, a loro favore.
Ma contribuire a preparare altri professionisti significa anche guidare il processo di differenziazione delle professioni in modo ordinato e favorevole agli interessi della categoria, senza contare che gli igienisti potrebbero, ancora per molto tempo, conservare la leadership culturale della disciplina.
Per governare questi complessi fenomeni si può osservare con attenzione quanto accade in campo clinico, con i rapporti tra infermieri e medici clinici. La mancanza nell'area delle professioni tecniche della prevenzione di qualcosa di analogo al campo delle scienze infermieristiche (costituzione di un corpus specifico fatto di didattica, formazione e ricerca) rende difficile in questo momento attribuire a questa professione tutte le caratteristiche di autonomia auspicabili. Soltanto quando sarà disponibile un corpo di docenti accreditati a livello universitario (a quando un raggruppamento concorsuale specifico?) le professioni tecniche della prevenzione potranno effettivamente decollare. Mai come in questa circostanza è necessaria una formulazione di linee guida da parte delle società scientifiche, ed in particolare della SItI, per identificare i relativi ruoli ed i contenuti formativi delle diverse professioni. Infatti è consentita alle Università una ampia autonomia di formulazione dei percorsi formativi che se ben condotti dagli igienisti nell'ambito delle proprie facoltà, potrebbero evitare in futuro situazioni conflittuali tra le varie categorie.
Senza pretesa di correggere l'attuale orientamento delle discipline mediche da diagnostico terapeutico a quello di sanità pubblica (riprendendo la discussione lasciata interrotta della laurea in sanità pubblica), l'autonomia universitaria potrebbe però cogliere questa occasione per avanzare proposte tendenti ad allargare la sfera di azione della sanità pubblica nell'ambito di una integrazione più stretta con le altre discipline.
In attesa di soluzioni future, già oggi esiste il problema, nemmeno tanto segreto, della attuazione di una corretta integrazione dei profili professionali già esistenti nell'ambito delle organizzazioni sanitarie (di norma il Dipartimento di prevenzione). Infatti alla autonomia professionale raggiunta con l'approvazione dei profili professionali si aggiunge nel Servizio sanitario nazionale la tendenza ad attribuire autonomia funzionale a tutte le figure con qualifica dirigenziale comprese le categorie non mediche. Anche in questo caso, laddove sono presenti anche conflitti di potere (gestiti per via politica o sindacale), la mancanza di una chiara delimitazione di funzioni e compiti ragionevolmente indicati e scientificamente supportati da parte degli igienisti, rende la problematica solo oggetto di conflitto insanabile. Ci sembra di evidenziare talvolta da parte degli igienisti più tradizionalisti una difficoltà a prendere atto delle ormai irreversibili imposizione legislative, accompagnata da incertezze sulle possibilità e limiti dei propri compiti ed obiettivi. La mancanza di una moderna visione strategica e tattica della sanità pubblica sta alla base della difesa di posizioni che per tradizione sono di competenza dei medici igienisti. A questi ultimi resta aperta anche la possibilità di incrementare preparazione e qualificazione per marcare la distinzione con le classi professionali emergenti.
L'inizio, a lungo atteso, del Programma nazionale di educazione continua in medicina è una iniziativa che deve essere pienamente sfruttata; analogamente questa opportunità, delineata dagli Statuti delle diverse scuole di specializzazione in Igiene e medicina preventiva, dovrebbe portare i futuri specialisti a dimostrare sul campo la diversità della preparazione ricevuta rispetto alle categorie professionali non mediche.

Note  
(1) Si può constatare il modesto numero di qualifiche e di livelli funzionali elencati, all'atto della costituzione del Servizio sanitario nazionale, per essere inquadrati nei ruoli nominativi regionali (Allegato 2, DPR 20 dicembre 1979, n. 761).
(2) È nozione consolidata della pedagogia medica che il ruolo professionale è costituito da un insieme di funzioni, ogni funzione è caratterizzata da un insieme di compiti ed ogni compito si svolge mediante un insieme di atti.
(3) Legge 26 febbraio 1999, n. 42, Disposizioni in materia di professioni sanitarie.
(4) DM 3 novembre 1999, n. 509, Regolamento recante norme concernente l'autonomia didattica degli atenei.
(5) Legge 10 agosto 2000, n. 251, Disciplina delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione ostetrica.
(6) Tecnico della prevenzione nell'ambiente e nei luoghi di lavoro (DM 17 gennaio 1997, n. 58); assistente sanitario (DM 17 gennaio 1997, n. 69); educatore professionale (DM 8. ottobre 1998, n. 520).
(7) Cfr. Atti Tavola Rotonda: "Qualità dell'assistenza infermieristica in sanità pubblica e formazione". 38° congresso nazionale SItI, Fiuggi, settembre 1998 (Ann.Ig.Med.prev. e comunità 1998, vol 10, n. 4, 301-19); Atti Giornata di studio: "le professioni mediche dell'Igiene". Università di Roma Tor Vergata, 19.3.1999 (Ig.San.Publ. 1999, 55, 437?92).
(8) Solo nel 1995 il BMJ non riportava ancora la voce bibliografica "Internet" o "Web" ma al suo posto vi era il termine, forse più corretto, di "rete di comunicazione tramite computer" (Computer communication network).
(9) Per identificare una professione si richiedono una serie di caratteristiche (Cruess SR, Cruess RL: Professionalism must be taught. BMJ 1997, 315, 1674-7): possedere un certo corpo di conoscenze e capacità su cui i membri hanno un controllo esclusivo; il lavoro basato su queste conoscenze viene visionato ed organizzato da associazioni che sono indipendenti da altri poteri; il mandato di queste associazioni è formalizzato da documenti scritti, comprese le leggi che concedono l'autorizzazione ad esercitare; l'ammissione alla professione richiede un lungo periodo di istruzione ed esercizio e la professione è responsabile di determinare la qualificazione degli adepti e, talvolta, anche il loro numero; entro limiti di legge, la professione controlla l'ammissione alla pratica e le condizioni e gli obiettivi da seguire; la professione è responsabile dei criteri etici e tecnici con cui vengono valutati i suoi membri ed hanno anche l'obbligo ed il dovere di disciplinare la condotta contraria alla professione; ci si attende che i professionisti traggano i mezzi per vivere fornendo un servizio ai clienti nell'area di loro pertinenza; ci si attende che i professionisti antepongano l'attività al guadagno e che tengano comportamenti di elevato valore, più dei non professionisti; i singoli membri rimangono autonomi nel loro lavoro entro i limiti di regole e standard prodotti dagli stessi professionisti.