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| Editoriale |
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Le professioni della sanità pubblica |
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Debbe
per tanto mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra,
e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra; il che
può fare in dua modi: l'uno con le opere, l'altro con la mente.
E, quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati et esercitati
li sua … ma, quanto allo esercizio della mente, debbe el principe
leggere le istorie, et in quelle considerare le azioni delli uomini
eccellenti….".
Niccolò Macchiavelli. "Il principe". Editori Riuniti, Roma, 1998
(pag. 66-67).
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Poiché
gli operatori di sanità pubblica, in particolare gli igienisti,
sono consapevoli del loro mandato - tutelare e promuovere la salute
della popolazione - devono porre attenzione a tutto quanto potrebbe
avere una ricaduta, sia ora che in futuro, su questa missione.
Fino a pochi anni fa il personale sanitario che svolgeva funzioni
igienistiche era limitato a poche figure di personale laureato,
di professionisti sanitari ausiliari, e di esercenti le arti ausiliarie
delle professioni sanitarie (1), con compiti
ben definiti, e ben separabili uno dall'altro (2).
Sono ora intervenute una serie di norme legislative tendenti ad
estendere l'area delle professioni sanitarie (facendo scomparire
il termine "ausiliario") (3), a modificare
il percorso degli studi universitari (istituendo la laurea triennale
di primo livello e la laurea specialistica) (4),
ad identificare quattro aree delle professioni sanitarie (5),
che produrrà a breve scadenza l'emergere e l'affermarsi di nuove
e numerose figure professionali che potranno svolgere funzioni
igienistiche. Prendendo in considerazione i profili professionali
già approvati ce ne sono almeno tre molto specifici per l'Igiene
e sanità pubblica: il tecnico di prevenzione, l'assistente sanitario
e l'educatore professionale (6). Questa
normativa risponde alla necessità di allineare la nostra legislazione
ai paesi europei, in termini di età media di laurea e di precocità
di inserimento nel mercato del lavoro di giovani con diverse attitudini
professionali; essa non nasce solo da volontà politiche ma costituisce
anche il risultato di processi di professionalizzazione di operatori
entrati via via nel mondo delle occupazioni sanitarie, man mano
che si diversificavano i bisogni sanitari della popolazione e
che l'evoluzione delle scienze mediche spingeva a continue nuove
specializzazioni che richiedevano applicazione di nuove tecniche
e conoscenze sempre aggiornate.
Il successo di queste riforme della formazione universitaria,
come viene sostenuto dagli stessi fautori, dipenderà dalla capacità
di differenziare le lauree, sia in senso verticale che orizzontale,
non creando cioè automatismi di passaggio dalla laurea di primo
al secondo livello né di curriculum formativi in grado di creare
interferenze in campo lavorativo per sovrapposizione di competenze.
Compito reso ancora più difficile dal fatto che ciascuno dei 76
atenei italiani provvederà, attraverso scelte autonome, a trasformare
indicazioni ministeriali molto generali in corsi di laurea ed
indirizzi formativi.
In questo delicato frangente è vitale un pronto coinvolgimento
sia del mondo universitario che del mondo operativo che afferisce
all'area dell'Igiene e medicina preventiva. Non mancano i motivi
per riaprire un dibattito e per fornire nuove concrete indicazioni
in quanto, pur essendoci numerosi precedenti (7),
sono completamente modificate le regole del giuoco, con conseguenti
effetti negativi ed opportunità positive che ciò comporta. Bisognerebbe
cercare di dare in tempi brevi una risposta a due quesiti fondamentali
ed ambedue di natura tecnica: quale deve essere il curriculum
formativo di base per formare professionisti idonei a svolgere
funzioni del tutto caratteristiche ed originali e, come corollario,
in che modo far convivere, in forma collaborativa e coordinata
e non conflittuale e rivendicativa, diversi professionisti operanti
all'interno di strutture sanitarie. Per quanto riguarda il primo
punto, per formare un professionista si deve non solo predisporre
un bagaglio di nozioni, per quanto ampie, ma utilizzare soprattutto
ben altre componenti educative (8), come
dimostrano le complesse caratteristiche che deve possedere una
professione (9). Non si può valutare ad
esempio la professionalità di un tecnico della prevenzione solo
perché sa fare bene i prelievi di campioni di matrici ambientali
ma occorre esaminare la capacità che questo soggetto dimostra
nel rispondere ai bisogni collettivi di una comunità.
La forte dominanza medica in Sanità (espressa anche in termini
quantitativi dato l'elevato rapporto medici/personale non medico)
ha informato tutta la cultura sanitaria nei suoi aspetti più caratterizzanti
(formazione, ricerca, ecc.). Questa cultura viene ora considerata
non adatta dai professionisti non medici anche se non è ancora
organizzata quella che la deve sostituire (tranne forse che per
le scienze infermieristiche). Slogan come "piccolo medico", "medico
bonsai", "igienista bonsai" per indicare i professionisti sanitari
non medici sono significativi sintomi di una giusta richiesta
di eliminazione di una sudditanza che è più culturale che gerarchica.
Si tratta, a ben vedere, di una strada lunga e difficoltosa che
gli igienisti debbono agevolare per almeno due buoni motivi: il
vantaggio per la missione della disciplina e il tornaconto della
categoria.
Poter disporre di professionisti ben preparati non può che rivitalizzare
la nostra disciplina, allargare le aree di interesse (ad esempio
l'ambiente ecologico e sociale), portare a risultati più incisivi,
in una parola avere più possibilità di tutelare e promuovere la
salute della popolazione: non è ignorato dai più che la preponderanza
delle discipline a finalità diagnostico terapeutica nel nostro
sistema sanitario si deve alle forze in campo, fortemente sbilanciate,
e non solo numericamente, a loro favore.
Ma contribuire a preparare altri professionisti significa anche
guidare il processo di differenziazione delle professioni in modo
ordinato e favorevole agli interessi della categoria, senza contare
che gli igienisti potrebbero, ancora per molto tempo, conservare
la leadership culturale della disciplina.
Per governare questi complessi fenomeni si può osservare con attenzione
quanto accade in campo clinico, con i rapporti tra infermieri
e medici clinici. La mancanza nell'area delle professioni tecniche
della prevenzione di qualcosa di analogo al campo delle scienze
infermieristiche (costituzione di un corpus specifico fatto di
didattica, formazione e ricerca) rende difficile in questo momento
attribuire a questa professione tutte le caratteristiche di autonomia
auspicabili. Soltanto quando sarà disponibile un corpo di docenti
accreditati a livello universitario (a quando un raggruppamento
concorsuale specifico?) le professioni tecniche della prevenzione
potranno effettivamente decollare. Mai come in questa circostanza
è necessaria una formulazione di linee guida da parte delle società
scientifiche, ed in particolare della SItI, per identificare i
relativi ruoli ed i contenuti formativi delle diverse professioni.
Infatti è consentita alle Università una ampia autonomia di formulazione
dei percorsi formativi che se ben condotti dagli igienisti nell'ambito
delle proprie facoltà, potrebbero evitare in futuro situazioni
conflittuali tra le varie categorie.
Senza pretesa di correggere l'attuale orientamento delle discipline
mediche da diagnostico terapeutico a quello di sanità pubblica
(riprendendo la discussione lasciata interrotta della laurea in
sanità pubblica), l'autonomia universitaria potrebbe però cogliere
questa occasione per avanzare proposte tendenti ad allargare la
sfera di azione della sanità pubblica nell'ambito di una integrazione
più stretta con le altre discipline.
In attesa di soluzioni future, già oggi esiste il problema, nemmeno
tanto segreto, della attuazione di una corretta integrazione dei
profili professionali già esistenti nell'ambito delle organizzazioni
sanitarie (di norma il Dipartimento di prevenzione). Infatti alla
autonomia professionale raggiunta con l'approvazione dei profili
professionali si aggiunge nel Servizio sanitario nazionale la
tendenza ad attribuire autonomia funzionale a tutte le figure
con qualifica dirigenziale comprese le categorie non mediche.
Anche in questo caso, laddove sono presenti anche conflitti di
potere (gestiti per via politica o sindacale), la mancanza di
una chiara delimitazione di funzioni e compiti ragionevolmente
indicati e scientificamente supportati da parte degli igienisti,
rende la problematica solo oggetto di conflitto insanabile. Ci
sembra di evidenziare talvolta da parte degli igienisti più tradizionalisti
una difficoltà a prendere atto delle ormai irreversibili imposizione
legislative, accompagnata da incertezze sulle possibilità e limiti
dei propri compiti ed obiettivi. La mancanza di una moderna visione
strategica e tattica della sanità pubblica sta alla base della
difesa di posizioni che per tradizione sono di competenza dei
medici igienisti. A questi ultimi resta aperta anche la possibilità
di incrementare preparazione e qualificazione per marcare la distinzione
con le classi professionali emergenti.
L'inizio, a lungo atteso, del Programma nazionale di educazione
continua in medicina è una iniziativa che deve essere pienamente
sfruttata; analogamente questa opportunità, delineata dagli Statuti
delle diverse scuole di specializzazione in Igiene e medicina
preventiva, dovrebbe portare i futuri specialisti a dimostrare
sul campo la diversità della preparazione ricevuta rispetto alle
categorie professionali non mediche.
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| Note |
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| (1) |
Si
può constatare il modesto numero di qualifiche e di livelli funzionali
elencati, all'atto della costituzione del Servizio sanitario nazionale,
per essere inquadrati nei ruoli nominativi regionali (Allegato 2,
DPR 20 dicembre 1979, n. 761). |
| (2) |
È nozione consolidata della pedagogia medica che il ruolo professionale
è costituito da un insieme di funzioni, ogni funzione è caratterizzata
da un insieme di compiti ed ogni compito si svolge mediante un insieme
di atti. |
| (3) |
Legge
26 febbraio 1999, n. 42, Disposizioni in materia di professioni
sanitarie. |
| (4) |
DM
3 novembre 1999, n. 509, Regolamento recante norme concernente l'autonomia
didattica degli atenei. |
| (5) |
Legge
10 agosto 2000, n. 251, Disciplina delle professioni sanitarie infermieristiche,
tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione
ostetrica. |
| (6) |
Tecnico
della prevenzione nell'ambiente e nei luoghi di lavoro (DM 17 gennaio
1997, n. 58); assistente sanitario (DM 17 gennaio 1997, n. 69);
educatore professionale (DM 8. ottobre 1998, n. 520). |
| (7) |
Cfr.
Atti Tavola Rotonda: "Qualità dell'assistenza infermieristica in
sanità pubblica e formazione". 38° congresso nazionale SItI, Fiuggi,
settembre 1998 (Ann.Ig.Med.prev. e comunità 1998, vol 10, n. 4,
301-19); Atti Giornata di studio: "le professioni mediche dell'Igiene".
Università di Roma Tor Vergata, 19.3.1999 (Ig.San.Publ. 1999, 55,
437?92). |
| (8) |
Solo
nel 1995 il BMJ non riportava ancora la voce bibliografica "Internet"
o "Web" ma al suo posto vi era il termine, forse più corretto, di
"rete di comunicazione tramite computer" (Computer communication
network). |
| (9) |
Per
identificare una professione si richiedono una serie di caratteristiche
(Cruess SR, Cruess RL: Professionalism must be taught. BMJ 1997,
315, 1674-7): possedere un certo corpo di conoscenze e capacità
su cui i membri hanno un controllo esclusivo; il lavoro basato su
queste conoscenze viene visionato ed organizzato da associazioni
che sono indipendenti da altri poteri; il mandato di queste associazioni
è formalizzato da documenti scritti, comprese le leggi che concedono
l'autorizzazione ad esercitare; l'ammissione alla professione richiede
un lungo periodo di istruzione ed esercizio e la professione è responsabile
di determinare la qualificazione degli adepti e, talvolta, anche
il loro numero; entro limiti di legge, la professione controlla
l'ammissione alla pratica e le condizioni e gli obiettivi da seguire;
la professione è responsabile dei criteri etici e tecnici con cui
vengono valutati i suoi membri ed hanno anche l'obbligo ed il dovere
di disciplinare la condotta contraria alla professione; ci si attende
che i professionisti traggano i mezzi per vivere fornendo un servizio
ai clienti nell'area di loro pertinenza; ci si attende che i professionisti
antepongano l'attività al guadagno e che tengano comportamenti di
elevato valore, più dei non professionisti; i singoli membri rimangono
autonomi nel loro lavoro entro i limiti di regole e standard prodotti
dagli stessi professionisti. |
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