|
Lo
scalpore suscitato dalla epidemia di encefalopatia spongiforme
bovina (bovine spongiform encephalopathy = BSE), conosciuta come
"malattia della mucca pazza", merita una riflessione perché vi
si possono individuare alcuni temi molto utili al dibattito in
sanità pubblica e per la sanità pubblica.
Dal punto di vista scientifico ci sono ancora incertezze sulla
epidemiologia umana della malattia (cfr. IgSanPubl 1998, 54, 365-374),
ma non vi è dubbio che il capitolo presente in tutti i manuali
di Igiene delle infezioni alimentari e delle antropozoonosi si
è arricchito di un nuovo argomento.
La BSE potrebbe anche entrare a far parte del gruppo delle malattie
provocate dall'azione umana (alla pari dell'inquinamento ambientale):
la somministrazione di alimenti "contaminati" dall'agente patogeno,
al di là del fatto che si tratta di "cannibalismo animale", rientra
nella problematica molto ampia della tutela igienica degli alimenti
che è uno degli argomenti più noti dell'Igiene alimentare e tocca
sul vivo le tematiche della sorveglianza e vigilanza sanitaria.
Non vi è dubbio che alla base della vicenda ci siano interessi
economico-commerciali, e cioè produzione di carni animali a più
basso prezzo, ma non va trascurato il fatto che il riciclo di
fonti energetiche (in questo caso proteine animali) costituisce
un fondamentale obiettivo ecologico. L'alimentazione animale con
rifiuti alimentari ha sempre accompagnato l'allevamento del bestiame
e, ancora oggi, quando si va alla ricerca del "cibo genuino" si
vogliono animali allevati in ambiente domestico. Questo non significa
ovviamente che gli animali debbano diventare "pattumiere biologiche",
o peggio, "macchine per lo smaltimento di rifiuti".
Dal punto di vista squisitamente tecnico, prendere decisioni in
questo campo è difficile. Un lato del problema è che la BSE è
stata definita inizialmente ed "autorevolmente" come un problema
esclusivamente veterinario (commissione Southwood, febbraio 1989)
ed è stato inizialmente del tutto trascurato il principio di precauzione
(cfr. IgSanPubl 2000:56,243-262), al contrario di come è avvenuto
per l'AIDS. L'altro lato è che le Autorità di sanità pubblica
dovrebbero attentamente valutare le ricadute in ambito nutrizionale
della riduzione di carne bovina nella dieta che la gente si autoimpone
(o impone ai propri figli) a seguito di un dibattito troppo influenzato
dalla voce non specialistica dei mass-media e che la preoccupazione
per la fame nel mondo deve suggerire la massima cautela per la
distruzione di derrate alimentari a basso rischio.
La comunità scientifica e quella dell'informazione condividono
una gravosa responsabilità: le loro comunicazioni, poiché riguardano
fatti, dovrebbero essere documentate, imparziali, verificabili
e l'etica professionale dovrebbe dare indicazioni di comportamento
in tema di onestà intellettuale, schiettezza dei consigli, semplicità
e comprensibilità dei messaggi. Ma sono i fatti a dimostrare,
oltre che la scienza stessa ad ammettere, l'esistenza dell'incertezza.
Gli operatori di sanità pubblica, come esperti della materia
(il cuore della loro attività è l'epidemiologia e profilassi delle
malattie) e con il compito di educatori sanitari della popolazione,
devono essere i primi a fare seria e responsabile opera di democratizzazione
e divulgazione delle informazioni (cfr. IgSanPubl 1999:55,
1-4). È sbagliato voler nascondere gli eventi, e le loro conseguenze,
appellandosi alla difficoltà di comprensione, interpretazione
e distorsione dei non esperti (tesi presente in una parte del
mondo scientifico), come pure, cadere nell'eccesso opposto, usando
il catastrofismo e lo scandalo per ottenere audience (peculiare
di una parte del mondo della comunicazione).
Parallelamente all'aumento del livello culturale ed economico
della popolazione prende corpo, insieme ad una maggiore attenzione
agli aspetti della salute e del benessere, una domanda di "autorevolezza
informativa" (1). Ma l'analisi di quanto
è accaduto nella oramai pluriennale epidemia di BSE, identificata
per la prima volta in Gran Bretagna nel novembre 1986 (cfr. IgSanPubl
1996:52,129-132), fa toccare con mano che gli operatori di sanità
pubblica sono venuti meno ad una loro specifica attribuzione:
essere i referenti autorevoli ed ascoltati degli addetti alla
comunicazione di massa, e direttamente della popolazione, sui
problemi riguardanti la tutela della salute.
La percezione e la tolleranza dei rischi per la salute nella popolazione
sono strettamente collegati all'esercizio dei mass media, basti
ricordare il centinaio di casi di malattia umana di BSE finora
registrati in tutto il mondo, anche se ad elevata letalità, hanno
generato più panico degli 90 mila casi di mortalità evitabile
che si registrano ogni anno nella sola
Italia (2). Le questioni e anche le polemiche
che riguardano i rischi per la salute (ed
anche per il connesso ambiente ecologico) sono diventate materia
abituale della vita pubblica contemporanea in tutti i paesi. Vi
è una maggiore sensibilità ed attenzione dei cittadini ai rischi
per la propria salute, o forse più banalmente per il proprio benessere.
Contemporaneamente aumentano più che proporzionalmente i rischi
legati alle veloci innovazioni tecnologiche e alla loro diffusione
in mercati sempre più globalizzati e diventano sempre più imprevedibili
le conseguenze dei rischi per la salute perché la ricerca in questo
campo è di fatto più lenta delle produzioni potenzialmente rischiose.
Il problema della salubrità degli alimenti transgenici, tema anch'esso
di accanite discussioni tra esperti (cfr. IgSanPubl 2000:56,49-59),
è a questo proposito esemplare. L'identificazione di sempre nuovi
fattori di rischio, personali ed ambientali, e la acritica informazione
al pubblico di questi rischi "probabilistici", ha collocato alcuni
gruppi di popolazione, spesso di fatto praticamente tutta la popolazione,
in uno stato perennemente pre-morboso (3),
originando un'immotivata domanda di assistenza e di interventi
di prevenzione spesso a scapito di quelli realmente utili e necessari.
È un compito gravoso insegnare alla gente a selezionare solo i
rischi gravi, a cui l'abitudine spesso non dà rilievo (ad es.
fumo di sigaretta o guida pericolosa), tollerando quelli estremamente
improbabili (come sembra essere per ora l'infezione da BSE).
È opinione comune che le decisioni politiche riferite alla sanità
pubblica vengano prese a seguito di un processo razionale di selezione
di opzioni fortemente sostenute da prove scientifiche, non a caso
si ricorre a scienziati ed esperti per aiutare a schematizzare
gli eventi e a soddisfare l'opinione pubblica. In verità le scelte
politiche sono una sintesi non necessariamente razionale dei vari
interessi in gioco e normalmente in tale sintesi gli interessi
più forti tendono a pesare di più. Le cognizioni scientifiche,
quando esistono, possono tutt'al più suggerire ma mai obbligare:
il rapporto Philips (cfr. IgSanPubbl 2000, 56, 517-523) ammette
esplicitamente che nell'estate del 1996 la politica governativa
intese placare più il turbamento e l'agitazione dei consumatori
di carne bovina che recepire i risultati delle ricerche scientifiche
svolte sino ad allora. Secondo alcuni (4)
le scelte politiche nel caso della BSE hanno subito l'impatto
delle logiche di mercato che hanno preso il sopravvento sulla
regolamentazione ed il controllo delle Autorità sanitarie. L'aziendalizzazione
esagerata delle strutture sanitarie, anche di quelle deputate
alla difesa della salute pubblica, indebolisce la loro posizione
facendole ricorrere al mercato per sovvenzionarsi, perché il mercato
è in pratica costituito da coloro che devono essere controllati.
È spesso necessario privatizzare i servizi pubblici per far loro
acquisire efficienza, compresi quelli sanitari. Ma la sorveglianza
e le correzioni del mercato restano certamente compiti essenziali
dello Stato e sono cruciali e strategici gli aspetti di indipendenza
di queste ultime funzioni.
Gli operatori di sanità pubblica devono continuare ad eseguire
i loro compiti e le loro funzioni anche in presenza di continui
cambiamenti organizzativi del sistema sanitario ed in condizioni
non favorevoli al prevalere dei comportamenti razionali su quelli
emotivi.
Nel caso della epidemia di BSE si registrano evidenti carenze
nella sanità pubblica, intesa come scienza ed arte di prevenire
le malattie e di assicurare il benessere dei cittadini
(e degli animali). Sono venuti meno, dal punto di vista scientifico,
il rispetto dei principi della vigilanza sanitaria e la tempestiva
applicazione delle misure di prevenzione che dovrebbe costituire
abituale metodo di pensiero e di azione delle autorità sanitarie
e non rettifica delle conseguenze delle emergenze quando queste
se rendono vistose.
Dal punto di vista politico non si è riusciti a convincere i decision-makers
a privilegiare l'interesse sanitario su quello econ omico ed è
mancato il controllo della comunicazione incrinando il rapporto
fiduciario e di credibilità degli "esperti" da parte della gente.
Se queste considerazioni sono condivisibili, e se gli errori possono
servire alla loro eliminazione, l'epidemia di BSE può essere riguardata
dagli operatori di sanità pubblica come stimolo a far meglio e
di più.
|