|

| Editoriale
|
 |
| La
Globalizzazione e la Sanità Pubblica |
|
In
occasione del recente vertice dei Capi di Governo degli otto paesi
più industrializzati e della contestuale manifestazione
del movimento "no-global" di Genova nel luglio scorso,
i mezzi di informazione di massa hanno dato molto spazio alla
cronaca, moltissimo ai commenti politici sugli avvenimenti e scarsissimo
al significato e ai contenuti del frangente che vedeva riuniti
in una stessa città migliaia di persone: la globalizzazione.
A questo termine si attribuiscono invece molti e diversi significati
che vale la pena di esaminare, sia pure nell'ottica della nostra
disciplina.
Con globalizzazione ci si riferisce talvolta all'aumento di comunicazioni,
alla facilità di accesso alle informazioni, alla velocità
dei trasporti a livello mondiale ed alla conseguente presa di
coscienza della nostra vicinanza con gli altri e della condivisione,
anche non desiderata, dei reciproci problemi (villaggio globale).
Più spesso il termine si usa con riferimento al libero
scambio di merci e servizi, al movimento incontrollato di capitali
finanziari, in un mercato integrato e globale che soddisfa esigenze
primarie ma che induce anche bisogni superflui e premia le rendite
da capitale. Talora si allude all'uso non sostenibile delle risorse
naturali evocando uno sviluppo industriale selvaggio e privo di
regole che si accompagna alla scarsa consapevolezza che la biosfera
è un ecosistema inter correlato (interdipendenza globale),
che i danni ai beni ambientali non restano appannaggio di una
singola nazione e che uno spreco di risorse naturali impoverisce
l'intera umanità. È logica conseguenza registrare
che il divario si allarga a svantaggio dei più poveri.
In certe circostanze, per chiudere questa rapida disamina, si
sottolinea la riduzione dell'autonomia decisionale e di potere
delle nazioni/stati ed il superamento dei modi (democratici) di
rappresentanza e di governo. In questa accezione si richiamano
nuovi tipi di mediazioni che diventano sempre più oligarchiche
a favore di chi governa i mercati finanziari internazionali, la
stampa di opinione, le società multinazionali, il mercato
virtuale (Internet).
Non deve sorprendere allora che il grande numero di prospettive
e punti di vista produca una massa amplissima di letteratura,
per definizione multidisciplinare. E si comprende anche che c'è
il rischio che "globalizzazione" diventi un concetto
utile solo al dibattito ideologico o, peggio, motivo di controversie
su base irrazionale, per incomprensione o voluta ignoranza dei
valori in giuoco.
Resta il fatto che è stato da tutti ignorato che la prima
vera Globalizzazione ha riguardato la sanità. L'atto costitutivo
dell'Organizzazione mondiale della sanità (World Health
Organization, WHO) si poneva l'obiettivo dichiarato del "raggiungimento
del livello di salute più elevato possibile per tutte le
popolazioni". Si affermava che la salute era un diritto primario
inalienabile di tutti i popoli. La Dichiarazione del 1977, in
occasione della trentesima Assemblea (Risoluzione WHA 30.43) confermava
che in futuro occorreva ottenere "il raggiungimento per tutti
i cittadini del mondo di un livello di salute in grado di consentire
loro di condurre una vita socialmente ed economicamente produttiva".
Preoccupata proprio della "grandiosità" del progetto
e dalla inevitabile interferenza sulle politiche sanitarie dei
numerosi governi nazionali, la WHO si chiedeva se avesse senso
parlare di "globalizzazione", concludendo che si avvertiva
la necessità di predisporre degli indirizzi di politica
sanitaria a livello globale, basati sulle singole esperienze nazionali
ma che potessero funzionare in tutti i paesi [1]
e che le politiche sanitarie nazionali andavano rafforzate o modificate
fino ad adeguarsi allo schema di riferimento globale [2].
In definitiva lo schema disegnato doveva essere abbastanza ampio
da racchiudere le necessità di tutti gli stati membri e
sufficientemente flessibile da consentire un adattamento delle
strategie nazionali e locali nel più vasto disegno globalizzante:
"la forza della WHO risiede proprio in questa capacità
di lavorare insieme su temi globali e applicarne i principi nel
proprio paese con gli adattamenti necessari". Nessuno all'epoca
ebbe parole di elogio o di biasimo per questa forma di globalizzazione
della salute che, a ben vedere possedeva già allora tutte
le caratteristiche critiche oggi oggetto di aspro dibattito.
Purtroppo la spinta propulsiva dell'Organizzazione mondiale della
sanità così coraggiosamente dichiarata non si è
saputa adeguare ai radicali cambiamenti internazionali in campo
politico ed economico e non ha potuto influire più di tanto
sulle decisioni politiche ed economiche che hanno riguardato la
sanità. Altri organismi internazionali, di fatto, hanno
impropriamente fatto pesare il proprio ruolo sulla globalizzazione
della sanità, basti ricordare la Banca Mondiale (World
Bank), l'Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization)
o il Fondo monetario internazionale (International Monetary Fund),
tutti organismi che, logicamente, antepongono interessi finanziari
ed economici a valori di benessere e qualità di vita [3].
La globalizzazione è un processo che sta cambiando la natura
delle interazioni umane in una molteplicità di ambiti (economici,
sociali, politici), ridefinendo i confini spaziali, temporali
e cognitivi una volta nazionali o comunitari [4].
In termini di Sanità pubblica ciò comporta la necessità
di indagare
a. se esista una relazione tra globalizzazione e stato di salute
delle popolazioni;
b. (qualora questa relazione esista) se si tratta di un fenomeno
complessivamente positivo o negativo;
c. (se il giudizio è negativo) quali possibilità
si hanno di contenerlo e/o ridurne gli effetti.
Sul primo punto non si possono avanzare dubbi. Si sono accumulate
negli ultimi decenni prove irrefutabili che i più potenti
determinanti della salute nelle popolazioni sono le condizioni
sociali, economiche e culturali [5]. Il
cambiamento dei mezzi di comunicazione, i più rapidi (e
spesso incontrollabili) flussi finanziari, i nuovi soggetti mediatori
di potere condizionano irrefutabilmente la crescita economica,
la distribuzione del reddito, i consumi, l'organizzazione del
lavoro, la disoccupazione e l'insicurezza lavorativa, il livello
di istruzione, per citare solo alcuni fra gli argomenti più
studiati. Gli effetti supernazionali della globalizzazione creano
profonde conseguenze sull'ecologia umana, dall'ipermobilità
delle popolazioni all'uso insostenibile delle risorse naturali,
alla eccessiva competizione nelle politiche del benessere sociale,
all'erosione degli standard ambientali di sicurezza e di salute.
I sistemi sanitari nazionali si trovano in difficoltà a
fronteggiare fenomeni non "domestici" ed in parte fuori
del loro controllo.
Queste interconnessioni tra sanità pubblica nazionale e
globale devono ancora essere studiate e comprese in profondità
e confermano, se ce ne fosse bisogno, che interessi locali ed
interessi globali sono indissolubilmente intrecciati [6].
La vera difficoltà della sanità pubblica, in presenza
di un movimento indiscutibilmente decisivo per la salute delle
popolazioni, è la mancanza di uno schema concettuale coerente
per analizzare determinanti contrastabili solo in una ottica globale.
È necessaria forse una vera e propria rivoluzione: rappresentare
i rischi per la salute non nella consueta ottica biomedico-patogenetica
riferita al singolo individuo, ma piuttosto in termini culturali,
evolutivi e storici, riferiti a intere popolazioni separate da
frontiere sempre più labili [7].
Sul secondo punto la risposta è più difficile [8]:
nei confronti della salute questi movimenti così vasti
e penetranti possono essere sconvolgenti ma offrire anche opportunità
insperate. Se sono sufficientemente noti i determinanti scientifici,
tecnici, economici, sociali, educativi e comportamentali della
salute della popolazione, è il ritmo del cambiamento a
velocità mai prima sperimentata dal genere umano che pone
indiscutibili problemi.
Malgrado queste difficoltà è in corso un esame sistematico
degli effetti sia negativi [9] che positivi
[10] della globalizzazione. In mancanza di fattori correttivi
la globalizzazione, creando occasioni di vantaggio solo a chi
ne sa approfittare, conduce ad inevitabili diseguaglianze socio-economiche
tra popolazioni come tra individui [11].
Ma i benefici economici, sociali e politici della globalizzazione
con conseguenti vantaggiose ricadute sullo stato di salute delle
popolazioni, soprattutto più povere e malate, superano
di gran lunga gli effetti negativi che si possono e devono correggere
(anche per mancanza di valide e credibili alternative) [12].
Il terzo punto riguarda le possibilità di contenere e/o
ridurre gli effetti indesiderati della globalizzazione. Se la
missione della sanità pubblica è di "garantire
le condizioni per cui la gente può rimanere in buona salute"
e viene attuata con "le azioni collettive prese dalla società
per proteggere e promuovere la salute dell'intera popolazione"
[13], la globalizzazione rappresenta un
insuperabile banco di prova [14]. In questa
ottica la lotta ai determinanti negativi per la salute potrebbe
rappresentare un ritorno alle radici storiche della sanità
pubblica espandendo la tutela della salute ben oltre il campo
di interesse della Medicina. Potrebbe addirittura aprire un nuovo
capitolo sulle relazioni tra salute e società, perché
a ben vedere promuovere e tutelare i diritti umani è essenziale
per promuovere e tutelare la salute. La Dichiarazione universale
dei diritti umani del 1948 [15] contiene
una lista di specifiche azioni che i governi non debbono fare
(né permettere che si facciano) come le discriminazioni,
le torture, la carcerazioni in condizioni inumane, interferire
con il libero scambio di informazioni, invadere la vita privata,
impedire la libere associazioni della società ed azioni
che devono effettuare come garantire almeno l'istruzione di primo
livello, l'approvvigionamento alimentare, l'abitazione e l'assistenza
sanitaria di base. La Dichiarazione è quindi un ottima
agenda di Sanità pubblica e chiederne il rispetto è
in definitiva una ottima e già codificata ricetta per il
punto in esame.
Quale conseguenze, per concludere, la globalizzazione comporta
per la Sanità pubblica ed i suoi operatori?
I rapporti tra globalizzazione e salute sono estremamente complessi
e non sono affatto conosciute le conseguenze a lungo termine per
la maggior parte dei problemi. Solo coloro che lavorano nella
Sanità pubblica possono individuare e monitorare le condizioni
per le quali la gente può raggiungere più elevati
standards di benessere fisico, mentale e sociale [16].
Ma non è sufficiente l'apporto conoscitivo, esercitare
una vigilanza scrupolosa dei fattori culturali, economici e politici
in campo, segnalare gli inconvenienti che si manifestano ed in
particolare le ineguaglianze di salute conseguenti ad una non
equa distribuzione di patologie, di rischi, e di conseguenze delle
malattie, sono il primo passo per diventare membri di una sanità
pubblica planetaria [17]. Il passo successivo,
molto più impegnativo, è partecipare direttamente
ai movimenti sociali e politici indirizzati alla promozione della
salute. Le azioni collettive dovrebbero entrare a far parte della
pratica della sanità pubblica e richiamano strategie come
rafforzare alleanze, sviluppare opinioni e comunicarle efficacemente
tenendo conto che gli operatori fanno parte di organizzazioni
professionali e culturali, utilizzano efficaci mezzi di comunicazione
col pubblico, possiedono ancora una autorità morale da
spendere per la causa della Sanità pubblica [18].
In un mondo lacerato da divisioni economiche, etniche, religiose
e culturali, la salute rimane uno dei pochi valori universali.
Tutti i movimenti anche più rivoluzionari affermano il
primato della tutela della vita, la promozione del benessere ed
il rispetto della intrinseca dignità degli esseri umani.
La salute può rappresentare un ponte verso la pace, un
antidoto all'intolleranza, una fonte di sicurezza condivisa a
condizione che si condivida l'affermazione, e si operi di conseguenza,
che "la salute globale non richiede solo misure di carattere
scientifico e sociale. Essa non può essere conseguita senza
che vi sia anche progresso culturale e morale" [19].
|
| Note |
|
| [1] |
World
Health Organization: Global Strategy for Health for All by the year
2000. Geneva, 1981 ("Health for All" Series, n. 3). |
| [2] |
Si
trattava dello schema/programma Salute per tutti nell'anno 2000
(WHO: Alma-Ata 1978. Primary health care. WHO, Geneva 1978 ("Health
for All" Series, n. 1). |
| [3] |
Zwi
A: Policy Forum: The World Bank and International Health. Soc. Sci.
Med. 2000, 50, 167-8; de Beyer JA, Preker AS, Feachem RGA: The role
of the World Bank in international health: renewed commitment and
partenership. Soc. Sci. Med. 2000, 50, 169-76. |
| [4] |
Lee
K: Globalisation and the need for a strong public health response.
Europ. J. Public Health 1999, 9, 249-50. |
| [5] |
Cfr.
le numerose pubblicazioni edite dall'International Centre "Health
and Society" presso l'University College London (UCL) Medical
School, Department of Epidemiology and Public Health (1-19 Torrington
Place, London WC1E 6BT). |
| [6] |
Cfr.
editoriale: Pensare globalmente agire localmente. IgSanPubl 2000,
56, 1-4. |
| [7] |
La
sola lotta alla povertà come causa basilare di cattiva salute,
anche se utile, è insufficiente perché limitata ad
interventi di natura socio-economica. Tra povertà e stato
di salute si innesca uno dei noti meccanismi ciclici inarrestabili
che a povertà segue cattiva salute ed a cattiva salute segue
povertà. Se pare indifferente spezzare questo ciclo o con
la lotta alla povertà o con la lotta alla cattiva salute,
quest'ultima strada appare tuttavia più percorribile della
precedente: "ridurre la povertà per migliorare la salute
non è una politica "raffinata" per raggiungere
il risultato, investire in salute per ridurre la povertà
con interventi mirati rappresenta una possibile strada per ottenere
un probabile progresso in questa direzione". Da tempo del resto
è riconosciuto che l'investimento in salute, come in istruzione,
è conveniente per l'incremento del capitale umano con vantaggi
non solo sociali ma anche economici (cfr. Atwood B: Why investing
in global health is good politics. WHO, Office of the Director General,
New York 6.12.1999). |
| [8] |
Secondo
Kaplan per descrivere, con tutte le sfumature ed approfondimenti
possibili, i rapporti tra condizioni neo-materiali, stato psicosociale,
e risultati di salute si deve ricorrere all'Epidemiologia della
quotidianità (cfr. Kaplan GA, Lynch JW: Whiter studies on
the socioeconomic foundations of population health. Am.J.Publ.Hlth.
1997, 87, 1409-11). |
| [9] |
Tra
gli effetti negativi meglio studiati ci sono le modificazioni ambientali
fisiche (modifiche climatiche, desertificazione) e umane (crescita
dell'insicurezza, cambiamenti troppo rapidi delle abitudini di vita).
È stata richiamata in particolare l'attenzione sul "modello
capitalistico di globalizzazione" che crea un clima di esasperata
competizione e stress lavorativo, determinando la crescita di patologie
come ipertensione, alterazioni psicologiche, disabilità muscolo-scheletriche,
patologie genito-urinarie. Uno dei fenomeni epidemiologici più
indagati è anche la diffusione di malattie (quali la infezione
da HIV, l'AIDS, la tbc) che riproduce le epidemie descritte nelle
popolazioni residenti dopo l'arrivo di immigrati. La crescita del
commercio internazionale si accompagna anch'essa inevitabilmente
ad un aumentato trasferimento di rischi per la salute (malattie
infettive, alimenti contaminati, rifiuti tossici e innumerevoli
prodotti pericolosi, dai pesticidi ai giocattoli). |
| [10] |
La
globalizzazione offre opportunità, con positive ricadute
sulla salute, da non sottovalutare, come l'incremento, anche se
squilibrato, del benessere economico delle popolazioni. Amartya
Sen, premio Nobel 2000 per l'Economia, ha constatato come in pochi
anni la popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al
giorno si è più che dimezzata, soprattutto grazie
alla diffusione delle conoscenze tecniche e quindi dell'attività
produttiva e determinando una crescita economica che ha interessato
intere regioni che vivevano nell'emarginazione e spesso nell'isolamento.
Si possono inoltre citare la capacità di prevenire le malattie
infettive attraverso forme di controllo a livello mondiale (la mancata
diffusione di malattie esotiche è attribuibile più
ai controlli internazionali di prevenzione che a quelli nazionali);
l'uso delle telecomunicazioni a livello mondiale per la diffusione
delle conoscenze comprese le misure di prevenzione con ricadute
sull'educazione sanitaria; la creazione di organismi internazionali
di protezione ambientale come nel campo della climatologia o dei
fenomeni di inquinamento delle matrici ambientali; il rafforzamento
dei governi sovranazionali (ad esempio il Consiglio di Europa) per
promuovere nuove forme di cooperazione tra i diversi attori della
Globalizzazione ed eventualmente difendersi da interessi, nocivi
alla salute, di alcune società multinazionali. |
| [11] |
Le
ineguaglianze di reddito tra ed intra-popolazioni sono fortemente
associate a cattiva salute attribuibili a due principali meccanismi
(cfr. Lochner K, Pamuk E, Makuc D, Kennedy BP, Kawachi I: State-level
income inequality and individual mortality risk: a prospective,
multilevel study. Am.J.Publ.Hlth. 2001, 91, 385-391). Il primo ritiene
l'ineguaglianza di reddito un risultato delle politiche, attuali
e trascorse, di natura sociale, economiche e governative di un paese
o regione (spiegazione "neo-materialista"). Le politiche
che danno come risultato forti squilibri di reddito si caratterizzano
per scarsi investimenti in infrastrutture fisiche, sociali, umane.
Il secondo meccanismo sottolinea il ruolo della percezione degli
individui del livello nella gerarchia sociale che porta ad un senso
di frustrazione e di povertà relativa, conflitti sociali,
e perdita di capitale sociale (interpretazione psico-sociale). |
| [12] |
Feachem
RGA: Globalisation is good for your health, mostly. BMJ 2001, 323,
504-6. |
| [13] |
Institute
of Medicine: Future of public health. Washington, DC; National Academy
Press, 1988. |
| [14] |
La
ricerca e la pratica della sanità pubblica, una volta che
ha preso coscienza che la globalizzazione è un processo che
influisce, a più livelli, sui fondamentali determinanti della
salute, si carica di molti e fondamentali obblighi: definire una
agenda di attività ovvero una scala di priorità di
interventi sulla base dell'urgenza e della pericolosità dei
problemi presi in considerazione; riequilibrare il dibattito politico
finora dominato più da interessi locali che generali; mettere
in atto un rilevante sforzo di interpretazione e di intervento in
quanto si devono sciogliere e superare gli inestricabili legami
esistenti tra problemi sanitari locali e globali e, stante la natura
della Globalizzazione, usare sempre un approccio multidisciplinare
per problemi multisettoriali (cfr. Legge D: Globalisation: what
does "intersectorial collaboration" mean? Austral. N.
Zealand J. Public Health 1998, 22 158-63); accrescere il potere
di adattamento dei singoli e delle popolazioni ai rapidi cambiamenti
ambientali, unica strada percorribile per questi fenomeni che non
sono, come la Globalizzazione, né del tutto razionali né
del tutto controllabili (questa è stata in molte occasioni
l'arma vincente come dimostra l'uso delle misure di prevenzione
basate sull'aumento delle resistenze dell'organismo e sulla modifica
dei comportamenti a rischio). |
| [15] |
Mann
JM: Health and human rights. Protecting human rights is essential
for promoting health. BMJ 1996, 312, 924-5; Leaning J: Health and
human rights. The BMA's latest handbook on human rights challenges
us all. BMJ 2001, 322, 1435-6. |
| [16] |
Presso
la London School of Hygiene & Tropical Medicine's è stato
di recente istituito il Centre on Globalisation, environmental change
and health proprio con lo scopo di studiare gli effetti indesiderabili
della Globalizzazione sulla salute e sull'ambiente ed approfondire
le possibili risposte tecniche e politiche per ridurre tali effetti. |
| [17] |
AA
vari: Globalizzazione e salute. Speciale Documentazione, Lavoro
e salute 2001, n. 6, 1-32 |
| [18] |
L'impegno
politico diretto è stato sempre considerato incompatibile
da alcune correnti di pensiero con la pratica della sanità
pubblica (anche se si sono ammirati alcuni pregevoli risultati quando
ciò è avvenuto). Più spesso si pensa agli operatori
di sanità pubblica come ai custodi di un corpo di conoscenze
e di metodi specialistici con l'unico compito di offrire consigli,
effettuare ricerche, comunicare i risultati ottenuti, mentre si
è cauti e diffidenti nei riguardi dell'attivismo politico,
eccetto quando è solidamente basato sullo specifico campo
di conoscenze tecniche. Fa parte anche della cultura degli operatori
di sanità pubblica essere sensibili alle incertezze dei fatti,
alla necessità di prove scientifiche, e cauti nel raccomandare
azioni laddove le conoscenze sono inadeguate. Si tratta di un giusto
orgoglio professionale ma che mostra tutte le sue debolezze allorquando
le conoscenze adeguate diventano un lusso, l'attesa delle decisioni
può diventare deleteria ed irreversibile, o impedisce l'impegno
civile prima che politico. |
| [19] |
Berlinguer
G. Globalizzazione e Salute globale. Atti X conferenza della International
Association of Health Policy: Equità e salute nel mondo:
neoliberismo o nuovo welfare? Perugia, 23/26 settembre 1998. |
| |
 |
|