HOME RIVISTA CATTEDRA IGIENE MESS PROMETEO INFO

 
Ultimo numero
Indici rivista
Ricerca
Redazione
Comitato Scientifico
Norme editoriali
Abbonamento


Igiene e Sanità Pubblica è una rivista scientifica fondata nel 1945
da Gaetano Del Vecchio.

Editoriale
La Globalizzazione e la Sanità Pubblica

In occasione del recente vertice dei Capi di Governo degli otto paesi più industrializzati e della contestuale manifestazione del movimento "no-global" di Genova nel luglio scorso, i mezzi di informazione di massa hanno dato molto spazio alla cronaca, moltissimo ai commenti politici sugli avvenimenti e scarsissimo al significato e ai contenuti del frangente che vedeva riuniti in una stessa città migliaia di persone: la globalizzazione. A questo termine si attribuiscono invece molti e diversi significati che vale la pena di esaminare, sia pure nell'ottica della nostra disciplina.
Con globalizzazione ci si riferisce talvolta all'aumento di comunicazioni, alla facilità di accesso alle informazioni, alla velocità dei trasporti a livello mondiale ed alla conseguente presa di coscienza della nostra vicinanza con gli altri e della condivisione, anche non desiderata, dei reciproci problemi (villaggio globale). Più spesso il termine si usa con riferimento al libero scambio di merci e servizi, al movimento incontrollato di capitali finanziari, in un mercato integrato e globale che soddisfa esigenze primarie ma che induce anche bisogni superflui e premia le rendite da capitale. Talora si allude all'uso non sostenibile delle risorse naturali evocando uno sviluppo industriale selvaggio e privo di regole che si accompagna alla scarsa consapevolezza che la biosfera è un ecosistema inter correlato (interdipendenza globale), che i danni ai beni ambientali non restano appannaggio di una singola nazione e che uno spreco di risorse naturali impoverisce l'intera umanità. È logica conseguenza registrare che il divario si allarga a svantaggio dei più poveri. In certe circostanze, per chiudere questa rapida disamina, si sottolinea la riduzione dell'autonomia decisionale e di potere delle nazioni/stati ed il superamento dei modi (democratici) di rappresentanza e di governo. In questa accezione si richiamano nuovi tipi di mediazioni che diventano sempre più oligarchiche a favore di chi governa i mercati finanziari internazionali, la stampa di opinione, le società multinazionali, il mercato virtuale (Internet).
Non deve sorprendere allora che il grande numero di prospettive e punti di vista produca una massa amplissima di letteratura, per definizione multidisciplinare. E si comprende anche che c'è il rischio che "globalizzazione" diventi un concetto utile solo al dibattito ideologico o, peggio, motivo di controversie su base irrazionale, per incomprensione o voluta ignoranza dei valori in giuoco.
Resta il fatto che è stato da tutti ignorato che la prima vera Globalizzazione ha riguardato la sanità. L'atto costitutivo dell'Organizzazione mondiale della sanità (World Health Organization, WHO) si poneva l'obiettivo dichiarato del "raggiungimento del livello di salute più elevato possibile per tutte le popolazioni". Si affermava che la salute era un diritto primario inalienabile di tutti i popoli. La Dichiarazione del 1977, in occasione della trentesima Assemblea (Risoluzione WHA 30.43) confermava che in futuro occorreva ottenere "il raggiungimento per tutti i cittadini del mondo di un livello di salute in grado di consentire loro di condurre una vita socialmente ed economicamente produttiva".
Preoccupata proprio della "grandiosità" del progetto e dalla inevitabile interferenza sulle politiche sanitarie dei numerosi governi nazionali, la WHO si chiedeva se avesse senso parlare di "globalizzazione", concludendo che si avvertiva la necessità di predisporre degli indirizzi di politica sanitaria a livello globale, basati sulle singole esperienze nazionali ma che potessero funzionare in tutti i paesi [1] e che le politiche sanitarie nazionali andavano rafforzate o modificate fino ad adeguarsi allo schema di riferimento globale [2]. In definitiva lo schema disegnato doveva essere abbastanza ampio da racchiudere le necessità di tutti gli stati membri e sufficientemente flessibile da consentire un adattamento delle strategie nazionali e locali nel più vasto disegno globalizzante: "la forza della WHO risiede proprio in questa capacità di lavorare insieme su temi globali e applicarne i principi nel proprio paese con gli adattamenti necessari". Nessuno all'epoca ebbe parole di elogio o di biasimo per questa forma di globalizzazione della salute che, a ben vedere possedeva già allora tutte le caratteristiche critiche oggi oggetto di aspro dibattito.
Purtroppo la spinta propulsiva dell'Organizzazione mondiale della sanità così coraggiosamente dichiarata non si è saputa adeguare ai radicali cambiamenti internazionali in campo politico ed economico e non ha potuto influire più di tanto sulle decisioni politiche ed economiche che hanno riguardato la sanità. Altri organismi internazionali, di fatto, hanno impropriamente fatto pesare il proprio ruolo sulla globalizzazione della sanità, basti ricordare la Banca Mondiale (World Bank), l'Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization) o il Fondo monetario internazionale (International Monetary Fund), tutti organismi che, logicamente, antepongono interessi finanziari ed economici a valori di benessere e qualità di vita [3].
La globalizzazione è un processo che sta cambiando la natura delle interazioni umane in una molteplicità di ambiti (economici, sociali, politici), ridefinendo i confini spaziali, temporali e cognitivi una volta nazionali o comunitari [4]. In termini di Sanità pubblica ciò comporta la necessità di indagare
a. se esista una relazione tra globalizzazione e stato di salute delle popolazioni;
b. (qualora questa relazione esista) se si tratta di un fenomeno complessivamente positivo o negativo;
c. (se il giudizio è negativo) quali possibilità si hanno di contenerlo e/o ridurne gli effetti.
Sul primo punto non si possono avanzare dubbi. Si sono accumulate negli ultimi decenni prove irrefutabili che i più potenti determinanti della salute nelle popolazioni sono le condizioni sociali, economiche e culturali [5]. Il cambiamento dei mezzi di comunicazione, i più rapidi (e spesso incontrollabili) flussi finanziari, i nuovi soggetti mediatori di potere condizionano irrefutabilmente la crescita economica, la distribuzione del reddito, i consumi, l'organizzazione del lavoro, la disoccupazione e l'insicurezza lavorativa, il livello di istruzione, per citare solo alcuni fra gli argomenti più studiati. Gli effetti supernazionali della globalizzazione creano profonde conseguenze sull'ecologia umana, dall'ipermobilità delle popolazioni all'uso insostenibile delle risorse naturali, alla eccessiva competizione nelle politiche del benessere sociale, all'erosione degli standard ambientali di sicurezza e di salute. I sistemi sanitari nazionali si trovano in difficoltà a fronteggiare fenomeni non "domestici" ed in parte fuori del loro controllo.
Queste interconnessioni tra sanità pubblica nazionale e globale devono ancora essere studiate e comprese in profondità e confermano, se ce ne fosse bisogno, che interessi locali ed interessi globali sono indissolubilmente intrecciati [6]. La vera difficoltà della sanità pubblica, in presenza di un movimento indiscutibilmente decisivo per la salute delle popolazioni, è la mancanza di uno schema concettuale coerente per analizzare determinanti contrastabili solo in una ottica globale. È necessaria forse una vera e propria rivoluzione: rappresentare i rischi per la salute non nella consueta ottica biomedico-patogenetica riferita al singolo individuo, ma piuttosto in termini culturali, evolutivi e storici, riferiti a intere popolazioni separate da frontiere sempre più labili [7].
Sul secondo punto la risposta è più difficile [8]: nei confronti della salute questi movimenti così vasti e penetranti possono essere sconvolgenti ma offrire anche opportunità insperate. Se sono sufficientemente noti i determinanti scientifici, tecnici, economici, sociali, educativi e comportamentali della salute della popolazione, è il ritmo del cambiamento a velocità mai prima sperimentata dal genere umano che pone indiscutibili problemi.
Malgrado queste difficoltà è in corso un esame sistematico degli effetti sia negativi [9] che positivi [10] della globalizzazione. In mancanza di fattori correttivi la globalizzazione, creando occasioni di vantaggio solo a chi ne sa approfittare, conduce ad inevitabili diseguaglianze socio-economiche tra popolazioni come tra individui [11]. Ma i benefici economici, sociali e politici della globalizzazione con conseguenti vantaggiose ricadute sullo stato di salute delle popolazioni, soprattutto più povere e malate, superano di gran lunga gli effetti negativi che si possono e devono correggere (anche per mancanza di valide e credibili alternative) [12].
Il terzo punto riguarda le possibilità di contenere e/o ridurre gli effetti indesiderati della globalizzazione. Se la missione della sanità pubblica è di "garantire le condizioni per cui la gente può rimanere in buona salute" e viene attuata con "le azioni collettive prese dalla società per proteggere e promuovere la salute dell'intera popolazione" [13], la globalizzazione rappresenta un insuperabile banco di prova [14]. In questa ottica la lotta ai determinanti negativi per la salute potrebbe rappresentare un ritorno alle radici storiche della sanità pubblica espandendo la tutela della salute ben oltre il campo di interesse della Medicina. Potrebbe addirittura aprire un nuovo capitolo sulle relazioni tra salute e società, perché a ben vedere promuovere e tutelare i diritti umani è essenziale per promuovere e tutelare la salute. La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 [15] contiene una lista di specifiche azioni che i governi non debbono fare (né permettere che si facciano) come le discriminazioni, le torture, la carcerazioni in condizioni inumane, interferire con il libero scambio di informazioni, invadere la vita privata, impedire la libere associazioni della società ed azioni che devono effettuare come garantire almeno l'istruzione di primo livello, l'approvvigionamento alimentare, l'abitazione e l'assistenza sanitaria di base. La Dichiarazione è quindi un ottima agenda di Sanità pubblica e chiederne il rispetto è in definitiva una ottima e già codificata ricetta per il punto in esame.
Quale conseguenze, per concludere, la globalizzazione comporta per la Sanità pubblica ed i suoi operatori?
I rapporti tra globalizzazione e salute sono estremamente complessi e non sono affatto conosciute le conseguenze a lungo termine per la maggior parte dei problemi. Solo coloro che lavorano nella Sanità pubblica possono individuare e monitorare le condizioni per le quali la gente può raggiungere più elevati standards di benessere fisico, mentale e sociale [16]. Ma non è sufficiente l'apporto conoscitivo, esercitare una vigilanza scrupolosa dei fattori culturali, economici e politici in campo, segnalare gli inconvenienti che si manifestano ed in particolare le ineguaglianze di salute conseguenti ad una non equa distribuzione di patologie, di rischi, e di conseguenze delle malattie, sono il primo passo per diventare membri di una sanità pubblica planetaria [17]. Il passo successivo, molto più impegnativo, è partecipare direttamente ai movimenti sociali e politici indirizzati alla promozione della salute. Le azioni collettive dovrebbero entrare a far parte della pratica della sanità pubblica e richiamano strategie come rafforzare alleanze, sviluppare opinioni e comunicarle efficacemente tenendo conto che gli operatori fanno parte di organizzazioni professionali e culturali, utilizzano efficaci mezzi di comunicazione col pubblico, possiedono ancora una autorità morale da spendere per la causa della Sanità pubblica [18].
In un mondo lacerato da divisioni economiche, etniche, religiose e culturali, la salute rimane uno dei pochi valori universali. Tutti i movimenti anche più rivoluzionari affermano il primato della tutela della vita, la promozione del benessere ed il rispetto della intrinseca dignità degli esseri umani. La salute può rappresentare un ponte verso la pace, un antidoto all'intolleranza, una fonte di sicurezza condivisa a condizione che si condivida l'affermazione, e si operi di conseguenza, che "la salute globale non richiede solo misure di carattere scientifico e sociale. Essa non può essere conseguita senza che vi sia anche progresso culturale e morale" [19].

Note  
[1] World Health Organization: Global Strategy for Health for All by the year 2000. Geneva, 1981 ("Health for All" Series, n. 3).
[2] Si trattava dello schema/programma Salute per tutti nell'anno 2000 (WHO: Alma-Ata 1978. Primary health care. WHO, Geneva 1978 ("Health for All" Series, n. 1).
[3] Zwi A: Policy Forum: The World Bank and International Health. Soc. Sci. Med. 2000, 50, 167-8; de Beyer JA, Preker AS, Feachem RGA: The role of the World Bank in international health: renewed commitment and partenership. Soc. Sci. Med. 2000, 50, 169-76.
[4] Lee K: Globalisation and the need for a strong public health response. Europ. J. Public Health 1999, 9, 249-50.
[5] Cfr. le numerose pubblicazioni edite dall'International Centre "Health and Society" presso l'University College London (UCL) Medical School, Department of Epidemiology and Public Health (1-19 Torrington Place, London WC1E 6BT).
[6] Cfr. editoriale: Pensare globalmente agire localmente. IgSanPubl 2000, 56, 1-4.
[7] La sola lotta alla povertà come causa basilare di cattiva salute, anche se utile, è insufficiente perché limitata ad interventi di natura socio-economica. Tra povertà e stato di salute si innesca uno dei noti meccanismi ciclici inarrestabili che a povertà segue cattiva salute ed a cattiva salute segue povertà. Se pare indifferente spezzare questo ciclo o con la lotta alla povertà o con la lotta alla cattiva salute, quest'ultima strada appare tuttavia più percorribile della precedente: "ridurre la povertà per migliorare la salute non è una politica "raffinata" per raggiungere il risultato, investire in salute per ridurre la povertà con interventi mirati rappresenta una possibile strada per ottenere un probabile progresso in questa direzione". Da tempo del resto è riconosciuto che l'investimento in salute, come in istruzione, è conveniente per l'incremento del capitale umano con vantaggi non solo sociali ma anche economici (cfr. Atwood B: Why investing in global health is good politics. WHO, Office of the Director General, New York 6.12.1999).
[8] Secondo Kaplan per descrivere, con tutte le sfumature ed approfondimenti possibili, i rapporti tra condizioni neo-materiali, stato psicosociale, e risultati di salute si deve ricorrere all'Epidemiologia della quotidianità (cfr. Kaplan GA, Lynch JW: Whiter studies on the socioeconomic foundations of population health. Am.J.Publ.Hlth. 1997, 87, 1409-11).
[9] Tra gli effetti negativi meglio studiati ci sono le modificazioni ambientali fisiche (modifiche climatiche, desertificazione) e umane (crescita dell'insicurezza, cambiamenti troppo rapidi delle abitudini di vita). È stata richiamata in particolare l'attenzione sul "modello capitalistico di globalizzazione" che crea un clima di esasperata competizione e stress lavorativo, determinando la crescita di patologie come ipertensione, alterazioni psicologiche, disabilità muscolo-scheletriche, patologie genito-urinarie. Uno dei fenomeni epidemiologici più indagati è anche la diffusione di malattie (quali la infezione da HIV, l'AIDS, la tbc) che riproduce le epidemie descritte nelle popolazioni residenti dopo l'arrivo di immigrati. La crescita del commercio internazionale si accompagna anch'essa inevitabilmente ad un aumentato trasferimento di rischi per la salute (malattie infettive, alimenti contaminati, rifiuti tossici e innumerevoli prodotti pericolosi, dai pesticidi ai giocattoli).
[10] La globalizzazione offre opportunità, con positive ricadute sulla salute, da non sottovalutare, come l'incremento, anche se squilibrato, del benessere economico delle popolazioni. Amartya Sen, premio Nobel 2000 per l'Economia, ha constatato come in pochi anni la popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno si è più che dimezzata, soprattutto grazie alla diffusione delle conoscenze tecniche e quindi dell'attività produttiva e determinando una crescita economica che ha interessato intere regioni che vivevano nell'emarginazione e spesso nell'isolamento. Si possono inoltre citare la capacità di prevenire le malattie infettive attraverso forme di controllo a livello mondiale (la mancata diffusione di malattie esotiche è attribuibile più ai controlli internazionali di prevenzione che a quelli nazionali); l'uso delle telecomunicazioni a livello mondiale per la diffusione delle conoscenze comprese le misure di prevenzione con ricadute sull'educazione sanitaria; la creazione di organismi internazionali di protezione ambientale come nel campo della climatologia o dei fenomeni di inquinamento delle matrici ambientali; il rafforzamento dei governi sovranazionali (ad esempio il Consiglio di Europa) per promuovere nuove forme di cooperazione tra i diversi attori della Globalizzazione ed eventualmente difendersi da interessi, nocivi alla salute, di alcune società multinazionali.
[11] Le ineguaglianze di reddito tra ed intra-popolazioni sono fortemente associate a cattiva salute attribuibili a due principali meccanismi (cfr. Lochner K, Pamuk E, Makuc D, Kennedy BP, Kawachi I: State-level income inequality and individual mortality risk: a prospective, multilevel study. Am.J.Publ.Hlth. 2001, 91, 385-391). Il primo ritiene l'ineguaglianza di reddito un risultato delle politiche, attuali e trascorse, di natura sociale, economiche e governative di un paese o regione (spiegazione "neo-materialista"). Le politiche che danno come risultato forti squilibri di reddito si caratterizzano per scarsi investimenti in infrastrutture fisiche, sociali, umane. Il secondo meccanismo sottolinea il ruolo della percezione degli individui del livello nella gerarchia sociale che porta ad un senso di frustrazione e di povertà relativa, conflitti sociali, e perdita di capitale sociale (interpretazione psico-sociale).
[12] Feachem RGA: Globalisation is good for your health, mostly. BMJ 2001, 323,
504-6.
[13] Institute of Medicine: Future of public health. Washington, DC; National Academy Press, 1988.
[14] La ricerca e la pratica della sanità pubblica, una volta che ha preso coscienza che la globalizzazione è un processo che influisce, a più livelli, sui fondamentali determinanti della salute, si carica di molti e fondamentali obblighi: definire una agenda di attività ovvero una scala di priorità di interventi sulla base dell'urgenza e della pericolosità dei problemi presi in considerazione; riequilibrare il dibattito politico finora dominato più da interessi locali che generali; mettere in atto un rilevante sforzo di interpretazione e di intervento in quanto si devono sciogliere e superare gli inestricabili legami esistenti tra problemi sanitari locali e globali e, stante la natura della Globalizzazione, usare sempre un approccio multidisciplinare per problemi multisettoriali (cfr. Legge D: Globalisation: what does "intersectorial collaboration" mean? Austral. N. Zealand J. Public Health 1998, 22 158-63); accrescere il potere di adattamento dei singoli e delle popolazioni ai rapidi cambiamenti ambientali, unica strada percorribile per questi fenomeni che non sono, come la Globalizzazione, né del tutto razionali né del tutto controllabili (questa è stata in molte occasioni l'arma vincente come dimostra l'uso delle misure di prevenzione basate sull'aumento delle resistenze dell'organismo e sulla modifica dei comportamenti a rischio).
[15] Mann JM: Health and human rights. Protecting human rights is essential for promoting health. BMJ 1996, 312, 924-5; Leaning J: Health and human rights. The BMA's latest handbook on human rights challenges us all. BMJ 2001, 322, 1435-6.
[16] Presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine's è stato di recente istituito il Centre on Globalisation, environmental change and health proprio con lo scopo di studiare gli effetti indesiderabili della Globalizzazione sulla salute e sull'ambiente ed approfondire le possibili risposte tecniche e politiche per ridurre tali effetti.
[17] AA vari: Globalizzazione e salute. Speciale Documentazione, Lavoro e salute 2001, n. 6, 1-32
[18] L'impegno politico diretto è stato sempre considerato incompatibile da alcune correnti di pensiero con la pratica della sanità pubblica (anche se si sono ammirati alcuni pregevoli risultati quando ciò è avvenuto). Più spesso si pensa agli operatori di sanità pubblica come ai custodi di un corpo di conoscenze e di metodi specialistici con l'unico compito di offrire consigli, effettuare ricerche, comunicare i risultati ottenuti, mentre si è cauti e diffidenti nei riguardi dell'attivismo politico, eccetto quando è solidamente basato sullo specifico campo di conoscenze tecniche. Fa parte anche della cultura degli operatori di sanità pubblica essere sensibili alle incertezze dei fatti, alla necessità di prove scientifiche, e cauti nel raccomandare azioni laddove le conoscenze sono inadeguate. Si tratta di un giusto orgoglio professionale ma che mostra tutte le sue debolezze allorquando le conoscenze adeguate diventano un lusso, l'attesa delle decisioni può diventare deleteria ed irreversibile, o impedisce l'impegno civile prima che politico.
[19] Berlinguer G. Globalizzazione e Salute globale. Atti X conferenza della International Association of Health Policy: Equità e salute nel mondo: neoliberismo o nuovo welfare? Perugia, 23/26 settembre 1998.