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| Presentazione |
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Augusto Panà |
| Direttore
della Cattedra di Igiene dell'Università di Roma Tor Vergata |
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Per
la prima volta da decenni l'annuale Rapporto dell'Organizzazione
mondiale della
sanità (OMS) è totalmente dedicato, invece che allo stato di salute
dei cittadini degli stati componenti la OMS, ai sistemi sanitari
di cui dispongono (The World Health
Report 2000. Health Systems: improving performance. WHO, Geneva,
2000).
Il volume, di oltre 150 pagine, consta di 6 capitoli, una prefazione
e una appendice statistica. Questo testo potrebbe tranquillamente
diventare, per la sua ampiezza e profondità, un buon manuale di
studio scientifico dei sistemi sanitari utile per la organizzazione
e gestione dei servizi sanitari, di cui si sente fortemente la mancanza,
e non solo in Italia. Il Rapporto prende le mosse dalla precedente
edizione 1999 (WHO:
The World Health Report 1999: Making a difference. Geneva, WHO,
1999) e cerca di dare una risposta al quesito che era stato avanzato
in quella sede: per sapere quali
sono le riforme sanitarie che possono avere successo o che invece
abortiscono, si
può ricorrere alle esperienze degli altri o si deve fare affidamento
solo sulla propria esperienza?
I sistemi sanitari, per la loro diretta integrazione con il sistema
politico, economico e sociale, sono largamente peculiari e specifici
di ogni singola nazione. Solo lo studio scientifico dei sistemi
sanitari e dei loro risultati può fornire gli elementi concettuali,
ed in parte anche pratici, per la comprensione dei fenomeni comuni
almeno ai paesi sviluppati, e per ottenere lo stimolo ai cambiamenti
che deriva dal confronto sui
risultati ottenuti. Vi sono alcune buone ragioni, oltre alla autorevolezza
dell'estensore (gruppo di esperti dell'OMS), per analizzare il contenuto
di questo Rapporto. |
- La
prima ragione è che, dopo decenni in cui i servizi sanitari
sono stati prevalentemente analizzati dal punto di vista culturale
di economisti e aziendalisti, l'Organizzazione mondiale della
sanità (Agenzia internazionale di sanità pubblica)
ha ritenuto di "entrare con uno squillo nel dibattito dei sistemi
sanitari". Ha infatti, rivendicando il primato della produzione
della salute, dedicatoall'argomento, oltre al Rapporto annuale,
un numero monografico del suo Bollettino (Feachem RGA:
Health systems: more evidence, more debate. Bull WHO 2000,
78(6), 715).
Si tratta di un impegno diretto ad offrire gli elementi per
un onesto, apolitico e aggiornato dibattito da cui ciascun paese
potrà trarre elementi, non prescrizioni o "ricette", per orientare
soluzioni organizzative riferite alla propria peculiare realtà.
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- Il
secondo motivo è che l'approccio al problema ed i metodi
dell'indagine, basati sul confronto tra i sistemi sanitari delle
191 nazioni che sono rappresentate nell'OMS, possono essere
una utile guida nella sanità italiana che sta perdendo la monoliticità
del Ssn attraverso processi in atto di regionalizzazione (federalismo
sanitario) e aziendalizzazione. La lettura del volume aiuta
a comprendere meglio, utilizzando il metodo dei confronti (benchmarking),
il significato delle differenti formule organizzative del sistema
sanitario che le regioni italiane si accingono ad adottare.
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- Il
terzo fattore stimolante è che il posizionamento del
nostro paese nell'ambito
delle graduatorie di "qualità" dei sistemi sanitari di tutto
il mondo ha suscitato
molto interesse nella stampa a larga diffusione.
I mass media hanno dato risalto all'ottima "performance" del
nostro sistema
sanitario ma hanno sorvolato sugli aspetti "negativi" che meritano
di essere
segnalati perché possono essere migliorati. Ma soprattutto hanno
attribuito i
meriti del successo italiano solo al nostro sistema sanitario
ignorando tutte le
altre condizioni che notoriamente sono determinanti del livello
e del miglioramento dello stato di salute.
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- Un
quarto motivo di interesse è che il Rapporto insegna
ad affrontare e dipanare i problemi dei sistemi sanitari con
un occhio squisitamente "politico" ma su basi scientifiche.
Nel nostro paese per politica sanitaria si intende solo quella
prodotta da "professionisti della politica" ed espressa da norme
codificate. La maggior parte degli operatori sanitari, anche
quelli chiamati a prendere decisioni sostanzialmente politiche,
è abituata a recepire passivamente tale normativa rinunciando
troppo spesso a partecipare alla sua costruzione. Agli ostacoli
semantici delle norme, dovuti al tentativo di coprire talvolta
con linguaggio oscuro (burocratese) il disordine di pensiero
o finalità contrastanti, si aggiungono le difficoltà interpretative,
che riflettono le oscillazioni della volontà decisionale per
adattarsi al variare delle condizioni ambientali. Il Rapporto
ha il pregio diportare il dibattito al cuore dei problemi e
cioè al significato ed alle tendenze delle "politiche sanitarie
in senso ampio". In tal modo è più agevole seguire i faticosi
percorsi che modellano i sistemi sanitari che, non va dimenticato,
sono dei sistemi sociopolitici e socioeconomici tra i più complessi.
Questo aspetto ha una grande rilevanza formativa in quanto allenerà
quanto più possibile a collegare le norme in un quadro complessivo
rappresentato dalle strategie di perseguimento di una migliore
performance dei sistemi sanitari e, per ricaduta, di un più
elevato livello dello stato di salute della popolazione.
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-
Il quinto ed ultimo motivo, infine, è che il Rapporto sorvola
sulle competenze manageriali ma dedica grande attenzione (e
l'intero capitolo sesto) alla funzione di "gestione responsabile
(stewardship)" dei servizi sanitari pubblicamente finanziati.
Nel Ssn è richiesto formalmente l'attestato di formazione manageriale
per tutte le figure dirigenziali mentre si trascura ogni riflessione
sui temi della "gestione responsabile", una funzione che dovrebbe
superare e trascendere quella manageriale introducendo una dimensione
etica e di sanità pubblica in aggiunta a quella dell'efficienza
economica.
La "gestione responsabile" dovrebbe unire il comportamento efficiente,
orientato al mercato, con quello basato su rapporti fiduciari
e senso di responsabilità, un compito molto più vicino alla
sensibilità delle professioni sanitarie e che comprende proprio
per questo nozioni quali "spirito di servizio", "trasparenza
delle decisioni", "interesse per il bene pubblico", "protezione
del malato", "buon uso delle risorse", "scelte di priorità"
e "onestà intellettuale". Tali qualità dovrebbero essere possedute,
secondo stretto rigore semantico, da coloro che vengono definiti
"professionisti". Ma dovrebbero in misura ancora maggiore contraddistinguere
coloro che sono e diventano responsabili di organizzazioni sanitarie,
a tutti i livelli.
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| La
scelta di ospitare il lavoro per i tipi di Igiene e Sanità Pubblica
deriva dalla convinzione che la materia trattata debba far parte
del bagaglio culturale degli operatori di sanità pubblica, e quindi
dei lettori della Rivista, e che su questo argomento debba alimentarsi
un dibattito ancora non sufficientemente sviluppato. Per i medesimi
motivi il volume si qualifica come un testo didattico per corsi
di Sanità pubblica ed è stato già adottato dal Master di Epidemiologia
dei Servizi Sanitari dell'Università di Roma Tor Vergata, da me
diretto. |
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