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libro "Una storia tra due città" del 1859, Charles Dickens così
descriveva le condizioni che precedettero la Rivoluzione francese: "erano
i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era
un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era
una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza,
era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro
non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione
opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune
fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano
a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi" (1).
Come interpretare meglio il disorientamento che si ricava dagli innumerevoli annunci
di riforma del sistema sanitario che dovrebbe riguardare i medici, i malati
cronici, gli anziani, e toccare la realizzazione della rete territoriale,
la ristrutturazione di quella ospedaliera, l'assistenza integrativa o sostitutiva,
la riduzione delle liste di attesa, la creazione dei centri di eccellenza,
la privatizzazione del rapporto di lavoro, la certificazione di qualità
delle cure, l'accreditamento delle strutture, le modalità dell'educazione
continua in medicina, e via enumerando? Tutto questo nell'ambito di una "devolution"
in atto della materia sanitaria alle regioni ed enti locali che, a cascata, aumenta
non solo gli argomenti oggetto di revisione ma i centri decisionali (2).
C'è davvero da domandarsi se non si stia assistendo al "Big Bang"
del servizio sanitario nazionale. All'inizio di quest'anno, il Ministro della
Salute Girolamo Sirchia ha richiamato alcune disfunzioni (il Ministro ha parlato
di "difetti") della applicazione della pur recente riforma sanitaria
(ter), che occorrerebbe urgentemente correggere (3): a.
la "falsa" aziendalizzazione della Asl e degli ospedali; b. il "troppo
potere" monocratico ai Direttori generali; c. la "forzatura"
sui primari e capi dipartimento a trasformarsi da medici in gestori; d. le
"negative" conseguenze della libera professione intramoenia; e. la
"difformità" quali-quantitativa dei servizi erogati nelle varie
regioni. Essendo il Ministro un ottimo medico sa bene che la correzione degli
errori non è solo un atto dovuto ma la reazione fisiologica di ogni
organismo ben funzionante e dotato di un integro apparato sensoriale e motorio.
Ma dovrebbe anche sapere che di ogni malessere occorre distinguere i sintomi
dalle cause, e che una terapia eziologica è sicuramente più
efficace di una sintomatologica. Ci si chiede cioè se i difetti che si
intende modificare non siano una espressione di anomalie ben più profonde
e se i rimedi proposti siano stati sottoposti a qualche verifica sperimentale
di efficacia. Nel momento in cui il Ministro sostiene che la Medicina dovrebbe
essere "evidence-based" non è ragionevole auspicare che ciò
possa avvenire anche per la politica sanitaria? Il Servizio Sanitario Nazionale
è un sistema progettato nel dopoguerra, nato nel 1978, che deve operare
nel 21 secolo ed anche se, dal punto di vista organizzativo e gestionale, è
stato sottoposto a costanti adeguamenti [1], non si è
mai posto mano a profonde modifiche strutturali come ad esempio una reale separazione
tra "acquirenti" e "fornitori" di servizi sanitari dando vita
ad un effettivo mercato sanitario basato su una concreta competizione/concorrenza
tra fornitori sia pubblici che privati. La gestione pubblica e fondamentalmente
monopolistica dei servizi sanitari, per supplire alla mancanza di stimoli concorrenziali,
ha fatto ricorso a strumenti per il miglioramento della qualità (Accreditamento
istituzionale, Carta dei servizi, Uffici di relazione con il pubblico, Educazione
continua in medicina) che sono stati immediatamente burocratizzati ed attuati,
non formalmente, solo laddove è presente la buona volontà degli
operatori. La riforma del titolo V della Costituzione (4)
(e successive leggi di attuazione) ha ora la potenzialità di portare
una modifica strutturale determinante del SSN (5), facendo
perno sulla regionalizzazione, con cambiamenti sul piano istituzionale, dell'offerta
assistenziale, del modello organizzativo-gestionale dei servizi e delle prestazioni.
Si sono create quindi le premesse affinché ciascun livello di governo possa
contribuire in vario modo ed in vario grado ad accertare, organizzare e garantire
le migliori condizioni che promuovono e tutelano la salute dei cittadini.
Le premesse purtroppo non significano ancora realizzazione. Nessuna normativa
costituzionale e legislativa, per quanto si sforzi di definire funzioni e ruolo
dei vari livelli di governo, sarà in grado di definire la rete di relazioni
che si dovrà istituire tra i diversi segmenti e che caratterizza gli
aspetti operativi del federalismo. Ma il fatto è che sono proprio queste
relazioni operative quelle che influenzeranno la capacità della sanità
pubblica di tutelare e promuovere la salute della gente. È venuto cioè
il momento, dopo tante istanze, di impiantare e far funzionare un sistema di monitoraggio
della qualità dei servizi sanitari a livello nazionale che non turbi il
movimento federalista ma che consenta comunque di effettuare confronti che stimolino
il miglioramento continuo della qualità dei servizi forniti e, in ultima
analisi, incrementino i risultati in termini di salute. Si potrebbe così
ottenere il duplice beneficio di misurare la qualità del sistema sanitario,
specialmente in presenza di più sistemi sanitari regionali, e di attuare
il sistema di garanzie del diritto alla salute previsto dalla legge sul federalismo
fiscale (6). Anche negli USA del resto, in questi mesi,
si sta tentando di attuare un "national quality measurement and reporting
system" (NQMRS). Sono tre le ragioni che vengono addotte per intraprendere
questa rilevante impresa (7). Per prima cosa ci dovrebbe
essere un solo livello di qualità dei servizi sanitari in tutti gli USA
(se gli USA si preoccupano di questo requisito non disponendo di un servizio
sanitario nazionale, in Italia la regionalizzazione dei servizi sanitari rende
ancora più attuale la necessità di verificare che la qualità
dell'assistenza non si diversifichi in maniera superiore a quella già
esistente). Secondariamente, per ottenere un miglioramento della qualità
dei servizi sanitari, è essenziale una azione coordinata e finalizzata
su pochi ma chiari ed importanti obiettivi. Il sistema di misura della qualità,
pur lasciando inalterate le priorità scelte localmente, consente di
individuare le aree dove è più necessario attivare cambiamenti
e concentrare l'attenzione. Per finire, si possono ottenere economie di scala
nella raccolta ed analisi di dati se, dalla miriade di misure di qualità
finora proposte, si riesce a individuare una serie di indicatori e standard nazionali,
significativi e condivisi. Non è casuale che l'esigenza di misurare
e migliorare la qualità dei servizi sia contestuale alla richiesta
di dimostrare il valore dei servizi di assistenza sanitaria e di conoscere la
performance delle organizzazioni e dei fornitori di servizi sanitari (8).
La novità di questa esigenza nasce da una maggiore consapevolezza che
il monitoraggio continuo della qualità rappresenti un forte stimolo a migliorare
gli effetti in termini di salute (outcomes) degli interventi sanitari (9),
laddove un "outcome" non è altro che un cambiamento dello stato
di salute attribuibile ad un intervento sanitario. Esiste una qualche responsabilità
degli operatori di sanità pubblica se attualmente esistono solo scarse
informazioni sistematiche sulla qualità dell'assistenza sanitaria fornita
ai cittadini italiani. Le poche ricerche eseguite confermano sostanziali deficit
di qualità e va criticato il fatto che pochi tentativi siano fatti in questa
direzione, ben sapendo che senza informazioni sono improbabili sostanziali miglioramenti
della qualità dei servizi sanitari erogati. L'impegno ad indirizzare i
sistemi sanitari verso un preciso ed esplicitoobiettivo di guadagno di salute,
o meglio di qualità di vita, degli assistiti, è comune a tutti i
sistemi sanitari dei paesi tecnologicamente avanzati, e sposta chiaramente l'accento
dai problemi di finanziamento e di organizzazione dei servizi sanitari alla erogazione
di una assistenza che migliori la salute della popolazione (10).
Obiettivi chiari, esplicitamente definiti e condivisi di misura di outcome, se
posti in rapporto alla spesa sanitaria sostenuta, permetterebbero di valutare
l'efficienza dei sistemi sanitari, senza contare che renderebbero parzialmente
superfluo il sistema di verifica dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza
(LEA) che a ben vedere è ancora da considerare, per molti versi, una
misura strutturale (di input). La legge istitutiva del SSN prescriveva di
fissare "i livelli delle prestazioni sanitarie che devono essere, comunque,
garantite a tutti i cittadini" [2] e, con maggiore
precisione, affermava che "Il piano sanitario nazionale stabilisce, per il
periodo della sua durata [...] gli indici e gli standard nazionali da assumere
per la ripartizione del fondo sanitario nazionale tra le regioni, al fine
di realizzare in tutto il territorio nazionale un'equilibrata organizzazione
dei servizi
". Solo con l'art. 54 della legge finanziaria per il
2003 il Parlamento ha recepito con legge ordinaria il contenuto del DPCM sui
livelli essenziali di assistenza (LEA) del 29 novembre 2001. Ma se l'obiettivo
finale di un sistema sanitario è il miglioramento dello stato di salute
della popolazione l'attenzione andrebbe rivolta a standard espressi in termini
di risultati (outcomes) [4]. I LEA non forniscono però
standard assistenziali (delle strutture, dei processi e soprattutto dei risultati
per principali condizioni patologiche o gruppi di assistiti) [3].
Così come sono i LEA appaiono piuttosto un freno al federalismo [5]
impedendo alle regioni di decidere discrezionalmente le priorità di allocazione
delle risorse sia tra settore sanitario ed altri settori di intervento pubblico
che tra i diversi tipi di assistenza. Con il risultato che il rispetto di
standard nazionali (non basati su misure di risultato) richiede che le preferenze
sub-centrali rimangano subordinate alle scelte nazionali. Le proposte
di modifica del SSN avanzate dal Ministro della salute [6]
- ripristinare i consigli di amministrazione della Asl e degli ospedali al
fine di ridurre il potere dei Direttori generali; affidare la gestione ordinaria
a personale amministrativo dipendente dai capi dipartimento; far esercitare
la libera professione intramoenia solo negli ospedali che non hanno liste
di attesa; creare nel sud Italia una rete di centri di eccellenza - sono in
questa luce ben poca cosa per condurre il sistema alla sua missione più
originale: incoraggiare ed assistere i cittadini a rimanere sani; garantire eguaglianza
del diritto all'assistenza; elevare lo standard di tutti i servizi sanitari erogati;
assicurare la facilità di accesso ai servizi sanitari; fornire servizi
gratuiti al momento dell'uso; soddisfare le aspettative degli assistiti; rimanere
un servizio sanitario ma sensibile ai bisogni locali. Augusto Panà,
Armando Muzzi |