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Igiene e Sanità Pubblica è una rivista scientifica fondata nel 1945
da Gaetano Del Vecchio.

Editoriale

La sanità pubblica e la SARS

Public Health and Severe Acute Respiratory Sindrome

(Medline - Index - Medicus)

L’epidemia di polmonite atipica, la sindrome respiratoria acuta severa (Severe Acute
Respiratory Sindrome o SARS) che nei primi mesi di quest’anno aveva suscitato tanto
interesse, ha molto da insegnare agli operatori di sanità pubblica.
Primo insegnamento. All’ottimismo di aver debellato le malattie infettivo-contagiose
nei paesi tecnologicamente avanzati è subentrato un più maturo realismo. Si è dimostrato che le relazioni tra microrganismi patogeni ed esseri umani non sono mai completamente predicibili, che buone condizioni igienico-sanitarie non sono tali da creare un ambiente definitivamente ostile all’ingresso di nuovi patogeni e ancora che una buona organizzazione sanitaria di prevenzione e controllo non è sempre insuperabile. Virus di nuova generazione, come l’HIV, forniscono abitualmente il loro contributo al corrente carico morboso di molti paesi; altri, come l’Ebola, l’Haantaan o il Nipah non si sono mostrati capaci di adattarsi a diverse condizioni ambientali e sono divenuti endemici solo in alcune limitate zone territoriali, rimanendo in tal modo confinati nel luogo di origine.
Il secondo insegnamento è la conferma, come da tempo ipotizzato, che è sempre possibile la genesi di qualche “nuova” malattia infettiva umana non solo dal punto di vista eziologico (agente patogeno fino a quel momento sconosciuto) ma anche in termini patogenetici e sintomatologici. Questo spiega le incertezze di intervento che riguardano sia gli aspetti clinici (percorso diagnostico-terapeutico) che quelli di sanità pubblica (sorveglianza sanitaria e misure di prevenzione). Con la maggior parte dei contagi verificata in ospedale (con un tasso di infezione del 56%) [1], la SARS si è caratterizzata come infezione ospedaliera [2], una “offesa” al mondo tecnologico che si manifesta proprio nel luogo dove più accentuati sono i provvedimenti terapeutici e preventivi. È stato spiacevole constatare il fallimento, almeno parziale, delle misure di profilassi all’interno degli ospedali, misure che dovrebbero costituire una collaudata consuetudine.
Il terzo insegnamento è il carattere moderno che le epidemie hanno acquistato. La SARS
ha dimostrato che è diventata enorme la velocità di diffusione rispetto a quando le epidemie si spostavano lentamente (ad es. lungo le vie carovaniere). Per quanto riguarda il tempo, il primo caso di SARS si è probabilmente verificato nel sud della Cina nel novembre 2002; il caso indice è stato riconosciuto il 4 marzo 2003; il primo decesso è avvenuto ad Hong Kong il 12 marzo 2003; a giugno dello stesso anno l’infezione si era estesa ad oltre 20 paesi nel mondo (tra quelli che hanno un sistema di sanità pubblica in grado di rilevare e segnalare l’infezione). Inoltre l’epidemia si è diffusa in paesi a grande distanza tra loro e la ricerca epidemiologica ha potuto provare una trasmissione lungo le linee aeree internazionali.
Il quarto insegnamento è la constatazione che senza una organizzazione di sorveglianza
sanitaria internazionale sarebbe stato impossibile seguire l’evoluzione della epidemia ed
approntare le necessarie misure di contenimento. Si è avuta conferma della rapidità con
cui oggi una buona organizzazione (11 laboratori di ricerca dislocati in tutto il mondo si
sono collegati tra loro scambiandosi informazioni in tempo reale) e una tecnologia avanzata (è stato possibile stabilire la sequenza di tutti i 30.000 nucleotidi che compongono il Coronavirus responsabile), arriva a identificare in breve tempo l’agente eziologico: la ricerca ha permesso di identificare in circa 20 giorni un tipo di coronavirus del tutto sconosciuto che si ritiene essere la causa della SARS.
Il quinto insegnamento è l’osservazione che l’efficacia degli interventi di prevenzione
non ha mantenuto il passo degli indiscutibili successi in tema di ricerca epidemiologica e di laboratorio. Pur avendo messo in atto severe misure di profilassi, fino all’isolamento stretto dei malati e la contumacia dei sospetti, l’epidemia è riuscita a superare queste barriere, per la verità solo amministrative, e si è propagata dalla Cina ad Hong Kong, quindi a Singapore e in Canada. Le misure di prevenzione, oggetto di apposite raccomandazioni sia internazionali [3] che nazionali [4], sono state omesse, o messe in atto in ritardo, o non sono state capaci di interferire nella modalità di trasmissione dell’agente patogeno.
E c’è infine anche un sesto insegnamento, forse più importante dei precedenti. Il fenomeno SARS ha dimostrato un ulteriore, pur se parziale, insuccesso della Sanità Pubblica nel governare una corretta informazione sociale.
Le informazioni sono state fornite dai mezzi di comunicazione di massa con le stesse
modalità con cui vengono propagandati spettacoli “catastrofisti” (letteratura e film che
hanno per oggetto pestilenze travolgenti ed incontrollabili) con il facile risultato che le
notizie della SARS potevano facilmente apparire una conferma a fatti già visti in spettacoli cinematografici.
Pochi, malgrado i lavori scientifici sull’argomento, hanno curato adatte modalità di
comunicazione/informazione ad un pubblico che deve percepire correttamente i rischi che lo riguardano. La gente tende a sovrastimare la frequenza e la gravità di rischi alla salute rari, insoliti e fuori del comune ed a sottovalutare quelli comuni [5]. Per un cittadino che vive in un paese occidentale, il rischio di morire a causa della SARS è pressoché nullo in confronto a quello di altre cause [6]. L’epidemia di SARS non ha certamente la gravità, per mortalità e morbosità, di quella da incidenti stradali, né la contagiosità di quella mostrata dai virus influenzali, ma ha certamente avuto una risonanza di gran lunga superiore a questi due ben più rilevanti problemi di sanità pubblica. Non fa notizia un cane che morde un uomo, ma fa sicuramente notizia un uomo che morde un cane, esattamente come un caso di complicazione vaccinale finisce sui giornali, ma migliaia di casi di vaccinazione protettiva non sono nemmeno degni di essere menzionati.
I giornalisti hanno diritto di semplificare e scegliere le notizie che ritengono più utili per
interessare i lettori (e vendere i giornali), ma debbono considerare con maggiore attenzione se le notizie, il loro commento e presentazione possano causare concreti danni alla salute. Ed è compito degli operatori di Sanità Pubblica stabilire canali di comunicazione privilegiati ed un continuo scambio di informazioni tra operatori scientificamente preparati e mass media. Lo sforzo degli operatori di sanità pubblica dovrebbe essere diretto a garantire che ciò che viene riportato dai mass media rappresenti con maggiore precisione possibile le più aggiornate conoscenze sulla situazione epidemiologica e sui pericoli per la popolazione. In definitiva gli operatori di sanità pubblica dovrebbero sommergere di comunicati tempestivi ed esaustivi le redazioni nazionali e locali degli Uffici Stampa.
Creare una finestra di colloquio diretto con il pubblico, pur con tutte le difficoltà da superare e le precauzioni da prendere [7], potrebbe essere una strategia vincente, a patto di richiamare l’attenzione della gente, desiderosa di informazioni sanitarie sulla tutela della salute, su forme di comunicazione autorevoli, di presentazione amichevole, di validità scientifica, come sta avvenendo in molti paesi utilizzando la tecnologia internet [8]. Su questa linea, occorre riconoscerlo almeno con riferimento alla SARS, il sito internet dei medici di famiglia ha avuto modo di attrezzarsi differentemente da quello della Società Italiana di Igiene, che ha prescelto contenuti molto tecnici e meno adatti ad un raffronto con il pubblico [9].
L’iniziativa dei medici di famiglia della FIMMG è stata invece quella di presentare con
grande tempestività sul proprio sito lo Scudo sanitario italiano (Italian Health Shield),
«per fornire direttamente e attraverso tutti i medici di famiglia una corretta informazione
ai cittadini sul problema SARS», e così affrontare una eventuale emergenza in Italia e
gestire gli eventi epidemici di massa e l’ansia collettiva [10]. La nostra categoria dovrebbe fare attento tesoro di tali esperienze.

Augusto Panà, Armando Muzzi

Note 
[1] WHO. Outbreak news. Severe acute respiratory sindrome. Wkly Epidemiol. Rec. 2003; 78:81-3.
[2]Secondo un’ipotetica ricostruzione la SARS è comparsa nei primi mesi di quest’anno in estremo oriente ed è stata accertata in un medico cinese, in viaggio ad Hong Kong, il quale avrebbe infettato sei persone alloggiate nello stesso albergo; ricoverate in ospedale, queste persone hanno, a loro volta, contagiato il personale degli ospedali.
[3]WHO www.who.dk/document/csr/SARSe.pdf; www.cdc.gov/ncidod/sars/ic.htm.
[4]Decreto-legge 9 maggio 2003, n. 103 concernente Disposizioni urgenti relative alla sindrome respiratoria acuta severa (SARS). GU n. 108 del 12 maggio 2003.
[5]Gigerenzer G. Reckoning with risk: learning to live with uncertainty. Lane A. ed., Washington 2003.
[6]Sono attualmente a rischio solo coloro che hanno viaggiato nei paesi in cui è presente la malattia e che sono venuti a stretto contatto con le persone infette. In Italia, non è stato ancora mai segnalato un caso di malattia secondaria.
[7]Editoriale. Igiene e Sanità pubblica ed Internet. IgSanPubl 2000; 56:177-180.
[8]Risk A, Petersen C. Health Information on the Internet. Quality issues and international initiatives. JAMA 2002; 287:2713-15.
[9]www.sitinazionale.it/SARS_Declaration_Form.pdf.
[10]www.fimmg.org/sars/titolo.htm.